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  • Maria Antonietta Nardone

Di soglia in soglia, il dolore passerà


(Foto della locandina presa dal web)


LA CHIMERA

di Alice Rohrwacher

con Josh O’Connor, Carol Duarte, Isabella Rossellini, Vincenzo Nemolato, Alba Rohrwacher, Yile Yara Vianello, Lou Roy-Lecollinet


L’aria e la luce di questo bellissimo film di Alice Rohrwacher, La chimera, mi hanno ballato in testa e nell’anima per giorni e giorni. Segno inequivocabile, per me, che questa pellicola mi ha toccato in profondità.

Arthur, un giovane inglese alto e riservato, ritorna in treno nel paese dove vive in una baracca addossata alle mura di cinta dopo una breve permanenza in carcere. Non vuole intrattenersi con gli amici che lo hanno abbandonato facendolo arrestare. E sì perché questi amici sono dei “tombaroli” che operano in tutta l’area tirrenica dell’alto Lazio un tempo terra degli etruschi. È il solo mestiere che sanno fare e scoprono, profanano, saccheggiano le tombe di quel popolo elegante e raffinatissimo, rubando corredi funerari, vasi, fibule, ciotole, campanelli, statue ecc. Lo fanno per fame, d’accordo; ma lo fanno anche senza alcun rispetto per il mondo dei morti e della loro arte, e senza alcun rispetto per la comunità dei vivi a cui sottraggono preziosissimi beni comuni.

Arthur è il loro maestro, il loro mago perché, come un intenso ed introverso rabdomante, scova con una precisione assoluta il vuoto nella terra dove ci sono tombe ancora non scoperte. Uscito di prigione, però, Arthur va subito a casa di Flora, un’anziana signora che abita in una bella casa affrescata, ora, però, in preoccupante decadenza. Colpisce la felicità con cui l’accoglie Flora. La donna, che ora è sulla sedia a rotelle perché le gambe non rispondono più a dovere ai suoi comandi, è la madre della sua amatissima fidanzata Beniamina, che purtroppo è morta. È questo l’altro vuoto, quello emotivo e sentimentale, che affligge Arthur, l’uomo che ha definitivamente perduto la sua amata. Mentre Flora, che non si è mai rassegnata alla morte della figlia, è assistita da Italia, una giovane brasiliana che è un’allieva di canto tuttofare, e che nasconde alla “padrona” un segreto; anzi due segreti.

E si deve proprio all’incontro di Arthur e Italia, due stranieri, tutto lo sviluppo inconsueto della storia che viene narrata dalle immagini e dalle canzoni dei cantastorie, che segnano una distanza e una prospettiva diversa del narrato.

Arthur, consapevole della bellezza dei reperti trafugati, ma cedevole nel lasciarsi trascinare dalla volontà predatrice degli amici, totalmente inconsapevoli e crassamente ignoranti, trova in Italia quella scintilla di autenticità che lo porterà a crescere; Italia è colei che vede nei rami degli alberi degli impiccati a testa in giù; Italia è colei che ha paura di profanare il mondo dei trapassati, che sa che non è bene non rispettare quel mondo perduto.

È Italia che prova a cantare un’aria de L’Orfeo di Monteverdi, stonando nelle note, ma cogliendo appieno la sostanza di quella preghiera. E Arthur, che in sogno vede la sua Beniamina solare e sorridente tirare spesso un sottilissimo filo rosso, come in un ricordo che non scompare e non scolorisce, è l’Orfeo degli anni Ottanta che vorrebbe riportare in vita la sua Euridice che lo chiama a sé con il filo del ricordo e della nostalgia come una novella Arianna.

In queste ricerche di reperti archeologici da trovare e poi piazzare presso un misterioso ricettatore chiamato Spartacus, in queste rincorse dei carabinieri ai tombaroli in fuga che hanno i tempi accelerati di una comica muta, mi ha colpito la figura di Arthur, che sembra abitare contemporaneamente il mondo di sopra e il mondo di sotto, la cui soglia varca con disinvoltura estrema. Il film di Alice Rohrwacher (sceneggiato dalla stessa regista assieme a Marco Pettenello e Carmela Covino) è tutto qui, in questo personaggio aperto alla bellezza, al sacro e alla relazione con gli invisibili, con «coloro che sono solo passati nella stanza accanto», con i nostri cari, magari morti da poco, o con i morti più antichi e lontani. In questo personaggio che ad un certo punto fa un gesto inaspettato ed eclatante, e che racchiude tutta la sua elevazione, sussurrando alla testa della dea Cibele:«Non sei per gli occhi dei vivi». Ad una bellezza da riconoscere e conservare, sottraendola ai commerci illeciti di corrottissimi dirigenti museali e ricchissimi ed insospettabili ricettatori; ad un senso del sacro che abita le nostre esistenze sia che lo si riconosca o meno; ad una relazione con gli uomini e i mondi che ci hanno preceduto che ne preservi il ricordo ed il rispetto e magari anche una conoscenza approfondita. E quindi anche con il mondo degli etruschi, di questo popolo avvolto in tanti culti e misteri dove:«Forse, se ci fossero ancora gli etruschi non ci sarebbe tutto questo machismo in Italia» come dice il personaggio di Melodie in francese parlando direttamente in macchina. Eh, sì, perché le donne dell’Etruria antica erano straordinariamente colte ed indipendenti! Ed è proprio a loro, abilissime tessitrici, che era affidata la trasmissione del sapere alle future generazioni attraverso l’insegnamento della poesia e del canto. E avevano un potere e una libertà sconosciute alle donne di Atene o di Roma.

E tutto questo (bellezza, senso del sacro e relazione con gli invisibili) emerge naturalmente senza che la regista si affidi a toni aulici o retorici. Emerge e sommerge lo spettatore che si trova lì, con Arthur, nei suoi respiri e nei suoi «affanni», nel vento che gli investe la faccia o smuove rami e foglie, nell’odore dei campi bagnati o delle distese di fango, nel suo guardare giù in una pozzanghera o in alto nel celeste del cielo; si è con lui perfino nel freddo che gli entra nelle ossa e lo costringe ad insopprimibili colpi di tosse.

Che coraggio e quanta bravura nel coniugare temi così alti con una misura ed un tocco delicato che sbalordiscono! E tutto concorre a questo meraviglioso racconto per immagini anche l’uso dei tre formati (il 35 mm, il super 16mm, il 16mm) che fluidamente passano dall’uno all’altro, senza attrito, segnando così il passaggio da soglia a soglia, dalla soglia dei viventi alla soglia dei morti. E dalla soglia del dolore alla soglia della felicità come canta Fossati «di stazione in stazione e di porta in porta, e di pioggia in pioggia, e di dolore in dolore, il dolore passerà».

Questa modalità di fare un cinema di ricerca libero e sperimentale – così rara oggi in Italia – mi ha ricordato il cinema libero e sperimentale di Federico Fellini, di Ermanno Olmi, di Pier Paolo Pasolini; oppure, odiernamente, quello di Pietro Marcello, che non a caso firma il soggetto di questo stesso film.

Tante le scene memorabili, ma ce n’è una che mi ha lasciato senza fiato perché sembra trasportare in un altro mondo ed è quella dei tombaroli che, appena entrati in un santuario etrusco, lo illuminano, e quell’illuminazione, che cambia forme e colore al tutto, oltre allo stupore attonito davanti a cotanto splendore, ci comunica come ogni scoperta sia anche, in qualche modo, una violazione, perché quel nuovo sguardo che si posa sul passato, lo muta e lo trasforma per sempre.

Sarà per l’affinità dei temi (ho scritto diciotto anni fa un romanzo, intitolato Giulia, l’etrusca, dove Giulia era un’etruscologa che intraprende un immaginifico viaggio nel sottosuolo per venire a capo del dolore più grande che possa avere una madre, ossia la morte di una figlia), questo film mi ha totalmente conquistato e trovo che dopo Corpo celeste (2011) Le meraviglie (2014) e Lazzaro felice (2018) Alice Rohrwacher, oltre a confermare un sua ben delineata poetica ed uno stile ben distinguibile, ci abbia regalato un film unico dove io, nonostante le tante incursioni nel sottosuolo della Tuscia, ho respirato l’aria sottile e purissima dell’alta, altissima quota. Quell’aria che è tanto cara agli uccelli che disegnano nel cielo «codici di geometrie esistenziali» – quegli uccelli i cui segni gli àuguri interpretavano per scoprire il volere degli dèi.

Bellissima la scelta dei luoghi; magnifica la scelta dei brani musicali, dal sublime L’Orfeo di Monteverdi all’altrettanto sublime Battiato de Gli uccelli, dal canto popolare dei cantastorie a Vado al massimo di Vasco Rossi. Freschissima, vibratile e luminosa la fotografia di Hélène Louvart. Bravi e convincenti gli interpreti. Su tutti spiccano Isabella Rossellini che regala alla sua Flora una personalità apparentemente ruvida, in realtà, sensitivamente ferita, risultando strepitosa nel tempo perfetto delle battute più spiazzanti; Vincenzo Nemolato che fa di Pirro, il tombarolo più sanguigno, un guascone irresistibile anche nella sua impermeabile rozzezza; Alba Rohrwacher che incarna Spartacus/Frida, una manager museale occultamente predatrice tanto feroce quanto gelida ed asettica; Carol Duarte, già enormemente apprezzata in La vita invisibile di Euridíce Gusmão di Karim Aïnouz, che qui incarna tutta la solidarietà e la forza di una giovane donna, Italia, che si unisce alla forza di altre donne rianimando una vecchia stazione abbandonata trasformandola in una comune ed abitandola come un nuovo luogo di vita e di speranza; Italia è anche una giovane mortale che rispetta il confine tra i vivi e i morti e si muove con la grazia sgraziata di un uccello dalle ali troppo grandi; uso la parola “mortale” perché è così che i greci antichi chiamavano gli uomini, gli essere umani, i mortali ossia i destinati a morire, e la morte è un elemento imprescindibile in questo film. Infine, Josh O’Connor, che interpreta Arthur (nome morantiano quant’altri mai), capace di trasmettere con la sua andatura, con i suoi sguardi, con il suo timido sorriso tutto quel percorso interiore che lo ha portato a ricongiungersi alla parte più autentica di sé (rappresentata da Beniamina) e, quindi, di nuovo intero, ad essere pronto per una nuova avventura amorosa con Italia che, junghianamente, è la sua “anima”.

Concludo sostenendo che distribuire in pochissime sale La chimera, film potentemente originale e coinvolgente, sia una scelta scellerata che registra lo stato pietoso della fruizione di un’autentica offerta artistica in questo paese ormai così sfigurato da risultare irriconoscibile perfino a se stesso.




Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati

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