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  • Maria Antonietta Nardone

Montaldo o la passione cinema


(Foto presa dal web)



«Ho sbagliato io, quando ho creduto di potere riformare la condizione degli uomini con l’aiuto di questo o di quel principe. Ho visto tutti i tentativi che ho fatto: che mortificazione! Enrico III di Francia: sangue. Elisabetta d’Inghilterra: sangue. Rodolfo II d’Asburgo: sangue. E addirittura il monarca che proclama di sedere più in alto di tutti, ma che stasera non vedo in quest’aula: sangue. Che mortificazione chiedere a chi ha il potere di riformare il potere! Che ingenuità! Volete la mia confessione e l’avete avuta. È la confessione di una sconfitta».

Questa è l’ultima dichiarazione concessa all’imputato, Giordano Bruno, prima della lettura della sentenza fatta dal cardinale Bellarmino, nel film del 1973 diretto da Giuliano Montaldo.

Così come riconobbe, quasi due secoli dopo, Denis Diderot, dopo il suo soggiorno in Russia presso Caterina II, a cavallo tra il 1773 e il 1774:«È vano sperare del bene da un monarca, per quanto possa essere considerato illuminato, perché ciò a cui mira il potente è la conservazione e il consolidamento del potere stesso. E che, paradossalmente, ad un autocrate bisogna impedire anche di fare del bene».

Ecco, io ho visto rappresentato tutto questo, proprio nel film Giordano Bruno di Giuliano Montaldo. Non solo la manifestazione del libero pensiero o della libera ricerca che è preclusa e perseguita dalle leggi – talora fino alla morte di colui che “insiste” a pensare e ricercare seguendo il proprio intimo convincimento e non obbedendo ad una qualsivoglia auctoritas, sia religiosa sia civile; ma questa lucidità nel constatare l’irriformabilità del potere effettuata dal potere stesso, è una riflessione più profonda e sottile che ci investe tuttora, nel Ventunesimo secolo.

Tommaso Campanella dovette fingersi pazzo per evitare il rogo – ma fu rinchiuso in una torre-prigione per 27 anni. Giulio Cesare Vanini fu bruciato vivo a Tolosa. Galileo Galilei fu torturato e obbligato ad un’umiliante abiura

E l’interpretazione tutta di Gian Maria Volonté mi toccò profondamente fin dalla mia prima visione del film, a diciott’anni. L’amarezza che porta perfino ad un respiro affannoso, in quell’affermazione sull’ingenuità, o lo sguardo pieno di dolore impotente quando, messagli la mordacchia, compie gli ultimi passi prima di essere legato ad un palo e bruciato vivo, non li ho mai più dimenticati.

Montaldo è stato regista di film bellissimi come Gli intoccabili e Il giocattolo (poco noti), Sacco e Vanzetti e Giordano Bruno (più noti e premiati) o altri come L’Agnese va a morire o Gli occhiali d’oro, I demoni di San Pietroburgo o L’industriale che meriterebbero un’analisi che in questa nota, dettata dalla triste notizia della sua morte, non mi è possibile fare.

La mia gratitudine è grande perché la sua filmografia ha nutrito non solo la mia passione per il cinema ma anche – anzi soprattutto – la scrittrice in formazione che ero.

E mi piace ora ricordare anche il suo magnifico Marco Polo, tanto amato, che mi avrebbe fatto conoscere anzitempo le terre d’Asia che poi avrei attraversato in lungo ed in largo e verso cui provo una profonda, ineluttabile corrispondenza.

Al cinema, come attore, l’ho visto l’ultima volta nel film Tutto quello che vuoi (2017) di Francesco Bruni dove interpretava Giorgio Gherarducci, un vecchio poeta alle prese con i tradimenti e gli “scherzi” della memoria. Mi piace ricordarlo, come spettatrice, con la delicatezza d’animo e la grazia che aveva prestato al suo personaggio. Una delicatezza ed una grazia che, in un uomo, mi commuove sempre riscontrare.

Ancora, grazie di tutto, Giuliano Montaldo.



Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati






Qui sotto il link con Gian Maria Volonté nel brano citato dal film Giordano Bruno


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