• Maria Antonietta Nardone

La guerra è incubo


DUNKIRK

di Christopher Nolan

con Fionn Whitehead, Jack Lowden, Harry Styles, Kenneth Branagh, Mark Rylance, Cillian Murphy, Tom Hardy, Barry Keoghan, Bobby Lockwood



Con Dunkirk Christopher Nolan presenta la sua visione sulla guerra. E lo fa raccontando l’evacuazione di 350.000 uomini dell’esercito britannico dalla spiaggia di Dunkerque, in Francia, lì dove erano rimasti bloccati – assieme all’esercito francese, parte del quale coprì valorosamente quella ritirata prima di essere catturato dal nemico – da una parte dall’esercito tedesco, dall’altra dal mare, nel maggio/giugno 1940 durante la Seconda guerra mondiale.

E lo fa raccontando questo episodio da tre diversi punti di vista: terra, mare e cielo. Una settimana (terra), un giorno (mare), un’ora (cielo). Con una narrazione assolutamente non lineare, ma con slittamenti continui e sovrapposti, così come avviene in un sogno.

«La storia è un incubo da cui sto cercando di svegliarmi», scriveva Joyce. Potrei dire che la guerra è un incubo da cui si cerca di svegliarsi. Ed infatti, proprio verso la fine del film, si vede un soldato svegliarsi improvvisamente da un sonno inquieto su un molo della spiaggia e il comandante della Marina che lo invita a spicciarsi, a salire a bordo e a scappare, commentando:«Meglio con noi ufficiali che con il nemico». Quasi che la guerra potesse essere solo un sogno, un incubo da cui, appunto, risvegliarsi.

E lo fa spogliando i soldati di qualsiasi connotato individuale – come a dire che può essere ciascuno di quelle centinaia di soldati evacuati – rendendoli anonimi, nel senso letterale della parola: senza nome. E senza storia personale; quindi, volutamente, senza sentimento, senza profondità di sentimento. Lo fa rendendo il nemico invisibile e sperimentandone solo la sua potenza di fuoco e di distruzione; il nemico è sempre detto nemico e mai differenziato (tranne in un momento in cui si sospetta un compagno di fuga di essere un “crucco” invece di un inglese), strappandogli così anche qualsiasi connotazione politica – si combatteva contro il nazi-fascismo che aveva già invaso numerosi paesi d’Europa.

Quello che preme a Nolan è raccontare, facendolo vivere dall’interno e da diverse angolazioni, in contemporanea, ma dispiegato nel tempo, la lotta per la sopravvivenza e l’insradicabile istinto di conservazione che accomuna tutti i soldati. Accanto all’atavica paura di morire, così, da un momento all’altro, da qualsiasi parte la morte arrivi: da terra, dal cielo, dal mare. La nuda lotta per la sopravvivenza e l’ancestrale paura di morire arrivano benissimo allo spettatore e rappresentano il pregio e l’originalità di questa pellicola.

Dei tre elementi di cui il regista si avvale è l’acqua l’elemento simbolico per eccellenza. L’acqua che tiene in vita e disseta il giovane in fuga, assetato e disidratato; l’acqua del mare che può trasformarsi in una trappola in cui annegare o morire assiderato; l’acqua che salva (le imbarcazioni private che vanno a raccogliere i soldati bloccati sulla spiaggia o i naufraghi in mare).

La narrazione di quest’incubo, in cui ogni volta che si sembra di essere momentaneamente in salvo, si ripresenta una situazione peggiore della precedente, avviene in un’alternanza di silenzio e rumori e in una quasi assenza di dialoghi.

E si seguono così le azioni di tre soldati dell’esercito (terra), di tre piloti di Spitfire (cielo) e di tre civili che vanno a recuperare e cercare di salvare quanti più uomini possibili, compatrioti e non (acqua).

E vedi questi giovani dalle facce scavate dalla fame, sconvolti dalla paura, chiusi in mutismi od esplodenti in scatti di rabbia che poi saranno diagnosticati come disturbi post-traumatici; le vedi queste facce di giovani, di giovani che vogliono solo sopravvivere – per poi vivere, si spera. Ed in questa primordiale lotta per la sopravvivenza c’è chi mantiene la propria dignità e chi la perde; c’è chi mantiene un senso di giustizia e di generosità, e chi lo perde.

Tu, spettatore, stai lì, seduto nella poltroncina della sala, e ti aggrappi ai braccioli, alle tue stesse gambe, picchetti nervosamente le dita sulle ginocchia, sospendi il respiro o cerchi l’aria e soffri, lì, con loro e soprattutto per loro, per quei giovani che hanno tutto il diritto e la voglia matta di vivere ma che ora possono essere spazzati via dalla vita, così, in un attimo, per un colpo di fucile, una raffica di mitragliatrice, una bomba sganciata da un aereo, che arrivano all’improvviso e senza sapere da quale direzione. La percezione di tutto ciò è profonda, intensissima, grazie alla straordinaria efficacia degli effetti sonori.

Il regista ottiene tutto questo senza far vedere una sola goccia di sangue. Una scelta registica precisa. Una scelta di cui credo di capire la motivazione stilistica e strutturale, non quella più profondamente artistica. Perché la guerra è sangue, mutilazioni, mosche che volano sui cadaveri in putrefazione oppure corpi gonfi d’acqua per annegamento, dolore, orrore, distruzione. Comprendo che abbia voluto focalizzarsi sulla lotta per la sopravvivenza e la paura di morire – e non sulla morte – ma la guerra è morte. È morte atroce. Anche quando si crede che una guerra possa essere “asettica” e portata come un’“operazione chirurgica”, nella realtà dei fatti non lo è affatto e lascia sul campo sangue, mutilazioni, morte e distruzione. Non si può escluderla, la morte; a meno che non la si rimuova, ma questo è tutto un altro discorso. Oppure questa scelta potrebbe essere una critica della rimozione della morte che pervade il mondo occidentale in quest’epoca. Confesso che l’intento di regia non mi è chiaro.

Al ritorno a casa, un sopravvissuto esausto e smagrito legge da un quotidiano il celebre discorso di Churchill “We shall fight on the beaches” (“Combatteremo sulle spiagge”) depurandolo così di ogni enfasi e di ogni solennità.

Peccato che in un film volutamente antiretorico ci siano momenti o personaggi indubbiamente retorici come ad esempio l’ufficiale della marina preposto all’evacuazione che parla di patria con l’occhio lucido quando vede le imbarcazioni dei suoi connazionali apparire all’orizzonte – è noto che patriottismo e militarismo sono due facce della stessa medaglia. Sebbene non manchi la stoccata alla dirigenza militare e civile inglese; Churchill, è documentato, si accontentava di salvare 35.000 uomini dei quasi 400.000 bloccati sulla costa francese. E peccato che il film abbia un finale banale e convenzionale, che stride con tutto quello visto fino a quel momento.

Altri limiti e difetti li ho trovati nell’eccessiva lunghezza di alcuni scontri aerei, nella musica ridondante e pervasivamente disturbante di Zimmer e in un certo autocompiacimento registico e autoriale che oltre a non essere elegante mi pare fuori luogo in un film che affronta il tema della guerra. Anche perché la regia è davvero magistrale; ad essa si aggiunge poi una splendida fotografia.

Gli attori sono tutti molto efficaci, con una recitazione asciutta, e, per i più giovani, mirabilmente fresca. Su tutti svetta Mark Rylance, attore grandioso nel rendere understatement e del tutto ovvio il coraggio di quegli individui, maturi e giovanissimi, che con le loro imbarcazioni andarono a prendere «i loro ragazzi», bloccati sulla spiaggia francese, al di là della Manica, tra l’esercito tedesco e il mare. Con tanto di cravatta al collo e maglioncino scuro perfino in coperta, a tenere ben saldo il timone della sua barca, sul suo volto vediamo scorrere una moltitudine di emozioni, pensieri, frasi mai pronunciate. Del resto, tra le sue altre magnifiche interpretazioni come non ricordare, almeno, quella in Intimacy di Chéreau e quella ne Il ponte delle spie di Spielberg, dove si aggiudicò l’oscar come miglior attore non protagonista. Mentre Kenneth Branagh, nonostante nel suo personaggio affiori un patriottismo convenzionale e sentimentalistico, è attore sempre impeccabilmente eccellente.

Non saprei dire, ora, se Dunkirk sarà affiancato in futuro ai più grandi film contro la guerra come Orizzonti di gloria e Full Metal Jacket di Kubrick, La vita e nient’altro di Tavernier, La sottile linea rossa di Malick, i primi venti minuti di Salvate il soldato Ryan di Spielberg, Platoon di Stone, Lettere da Ivo Jima di Eastwood, e poi in Asia, oltre al magnifico Ran di Kurosawa, il bellissimo L’arpa birmana di Ichikawa, il più poetico, quello che esprime il senso di compassione più presente e sviluppato.

Non lo so. So che questo è un film contro quell’immane, gigantesco tiro al bersaglio che è la guerra, e dove il bersaglio è la gioventù di intere popolazioni. Quindi se la guerra è un incubo da cui svegliarsi o una terrificante realtà in cui sperare di tornare al più presto a casa, ebbene, Nolan, ha raccontato tutto questo in un modo potente ed originale e, sotto il profilo percettivo, assolutamente nuovo ed unico. Con immagini e sensazioni che restano nella memoria della mente e nella memoria del corpo.




Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati


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