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  • Maria Antonietta Nardone

Dove giacciono i nostri sogni


(Foto della locandina presa dal web)

 


FEMININUM MASKULINUM

Uno spettacolo di Giancarlo Sepe

con Sonia Bertin, Alberto Brichetto, Lorenzo Cencetti, Chiara Felici, Alessia Filiberti, Ariela La Stella, Aurelio Mandraffino, Giovanni Pio Antonio Marra, Riccardo Pieretti, Alessandro Sciacca, Federica Stefanelli, Pino Tufillaro

(Teatro La Comunità – Roma)

 

 

Un corpo femminile ed un corpo maschile, nudi, simmetrici, sdraiati; guardano una luce in alto. Si siedono di spalle – spalle e schiene di cui si vedono i rilievi delle vertebre e delle costole. Vestiti indossati, colpi furenti e minacciosi alla porta, vestiti scambiati. È il folgorante incipit dello spettacolo Femmininum Maskulinum ideato e diretto da Giancarlo Sepe. Ed è un femmininum maskulinum da cui nasce tutto: la vita, l’amore, la creatività, la violenza, la crudeltà, la fuga, la ribellione, la resistenza, la liberazione e la libertà.

   Berlino, 1929. Nella Repubblica di Weimar ci sono coppie che si incontrano, c’è chi fa il bagno nel fiume, chi prende il tram, chi cammina per la città, chi frequenta i cabaret, chi sogna di cantare alla radio canzoni statunitensi, chi si ama, chi danza; insomma, ci sono individui che vivono con passione e con audace avidità i propri appetiti sessuali ed intellettuali. La vita artistica e letteraria di quegli anni, difatti, è ricchissima e ribollente.

   E tutto questo appare sulla scena per frammenti fulminanti, come in un sogno o in una rêverie tragica e funerea; o come in un incubo. E penso alla frase di Joyce:«La storia è l’incubo da cui tento di svegliarmi». E che incubo! La catastrofe di un’Europa che sta per essere assoggettata al Terzo Reich!

   E in questo incubo Hitler può incontrare e stringere la mano ad Alphonse Gabriel Capone, detto Al Capone. Affinità elettive tra i due disgregatori di ogni etica e di ogni legalità?

   Ma l’Austria non ha prodotto solo un pittore privo di talento, Adolf Hitler, che diverrà il Führer, ma anche Billy Wilder, Franz Wedekind e quell’Hermann Broch il cui romanzo, I sonnambuli, mi sembra abbia sostanziato una bella parte di questo spettacolo, nei dinamici movimenti intrecciati dei cittadini di Berlino o nei balli vorticosi e frenetici a scacciare ogni abisso in cui si stava per precipitare. Chiara e netta è l’ossessività di certe azioni, di certe pulsioni; però, quando si ha a che fare con gli artisti, bisogna considerare che, accanto agli atti ossessivi, ci sono sempre spinte ed azioni creative di cui tener conto.

   Come i temporali improvvisi e burrascosi della primavera, che si annunciano con avvisaglie sonore, prima di scoppiare ed inondare tutto di acqua vediamo materializzarsi quell’onda nera che si alza come una muraglia, che si staglia come una montagna (tutt’altro che incantata, anzi direi mefitica e malefica in sommo grado) quel 30 gennaio 1933, ossia quando Hitler diventa Cancelliere.

   A questa poderosa visione del regista, sono stata letteralmente attraversata da brividi di paura e di terrore.  

    La scelta dei pezzi musicali e delle canzoni, che scandisce ed anima l’intera messinscena, non solo è stupefacente per bellezza e pertinenza, ma è sostanziale. Intendo dire che la dimensione musicale incarna lo Zeitgeist. E lo incarna non in una maniera documentaristica, o peggio ancora didascalica, bensì con la capacità di evocare e dare corpo a quell’epoca. E la “potenza della musica” mi ha catapultato in quel mondo, certo a lampi e sprazzi, ma comunque in quel mondo, e mi ha fatto sentire nella carne e nell’anima tutto l’orrore che aveva cominciato a dispiegarsi e tutta la sofferenza che i consapevoli, rimasti o fuggiti, hanno provato. E questa, signori, è la potenza del teatro!

      In questa danza di morte non manchiamo di vedere la violenza, lo stupro, eppure, tenace resiste una “disperata vitalità” e la voglia di non perdere quella disperata vitalità.

   Uno spettacolo sensoriale, carnale, eppure, allo stesso tempo, raffinatissimo. Tanti i flashes che mi hanno colpito e di cui ho riconosciuto la storia. La vicenda di Angelika Raubal, detta Geli, la nipote di Hitler, morta suicida a ventitré anni. La storia della famiglia di Thomas Mann, della moglie Katia, ebrea, e dei suoi sei figli; il padre, il Mago, che la sera raccontava le storie ai suoi figli. E le vicende di Erika Mann (che nel 1933 fondò la compagnia di cabaret Pfeffermüle dove si assisteva a lavori fortemente antinazisti) e Klaus Mann (autore del noto romanzo Mephisto o di quello meno noto, ma bellissimo Der Fromme Tanz dove ha narrato con grande schiettezza della vita degli omosessuali negli anni Venti), due dei suoi geniali figli (ma anche di suo fratello Heinrich), tutti coraggiosamente ribelli ed anticonformisti.       

   L’orrore per la violenza del pensiero dominante e blindato a danno di ogni divergenza esistenziale, artistica, sessuale e politica è palpabile. Di più: è stordente. E quindi mi sembra che questa tagliente messinscena sia come una profezia, e Sepe come una Cassandra, spero non inascoltata – e ci sarebbe da chiedersi poi perché le Cassandre di ogni epoca siano sempre state inascoltate.

   E tutto mi ha colpito di questo spettacolo che in poco più di un’ora condensa tante suggestioni ed emozioni, tante riflessioni e paure: le scenografie di Carlo De Marino (rosse, nere e bianche, come i colori della bandiera nazionalsocialista, che diventano via via sempre più oscure) i costumi di Lucia Mariani (allusivi e senza fronzoli), le luci di Javier Delle Monache (che danno forma a visioni inquietanti e sature), le musiche di Davide Mastrogiovanni (che non pescano mai nelle canzoni e nelle arie più note o scontate).

   Mi ha colpito ed emozionato l’energia di questa compagnia di giovani attori, così precisi, così talentuosi (danzano, recitano, corrono e cantano), così coesi – nessuno che si erga a star vuota ed inconsistente. Il loro affiatamento mi ha trasmesso proprio il senso di che cosa sia un ensemble, un’autentica ensemble. Tutti bravissimi e concentratissimi. E straordinariamente somigliante a Thomas Mann, per postura e atteggiamento, mi è parso Pino Tufillaro, il decano di questa compagnia. E, nel suo turbamento davanti ad un giovane che canta un’aria italiana, ho rivisto il turbamento di von Aschenbach davanti alla figura di Tadzio in Morte a Venezia.

      Sulle note di Youkali si chiude questo bellissimo e tristemente presago spettacolo. Sentire questa canzone di Roger Fernay e Kurt Weill, in forma di tango habanera, che parla di un’isola immaginaria, e che divenne una sorta di inno segreto della resistenza francese durante la Seconda Guerra Mondiale, mi ha toccato in profondità e mi ha suggerito che nulla può sradicare dai cuori degli individui la forza innata della resistenza ad ogni dominio di un uomo su un altro uomo. E, tra me e me, canticchio:«Su trouver le mystère/Où nos rêves se terrent (Saper trovare il mistero/dove giacciono i nostri sogni)».

  Ed è  proprio con le parole di Youkali che concludo queste mie note critiche:

 

Youkali, c'est le respect de tous les voeux échangés

Youkali, c'est le pays des beaux amours partagés

C'est l'esperance

Qui est au coeur de tous les humains

La délivrance

Que nous attendons tous pour demain

Youkali, c'est le pays de nos désirs

Youkali, c'est le bonheur, c'est le plaisir

Mais c'est un rêve, une folie

Il n'y a pas de Youkali

Mais c'est un rêve, une folie

Il n'y a pas de Youkali.

 

Youkali è il rispetto di tutti i desideri scambiati

Youkali, è il paese dei begli amori condivisi,

È la speranza

Che è nel cuore di tutti gli uomini,

La liberazione

Che tutti aspettiamo per domani.

Youkali, è il paese dei nostri desideri.

Youkali, è la felicità, è il piacere.

Ma è un sogno, una follia:

Non esiste Youkali.

 

 


Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati





(Foto di Tommaso Le Pera)




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