• Maria Antonietta Nardone

Ma Pinocchio dov'è?


(Foto della locandina presa dal web)

PINOCCHIO

di Matteo Garrone

con Roberto Benigni, Federico Ielapi, Rocco Papaleo, Massimo Ceccherini, Marine Vacth, Gigi Proietti


È un grande dispiacere, per me, constatare che quest’ultimo film di Matteo Garrone, il tanto atteso Pinocchio, non mi abbia convinto per nulla. Ma come si fa a non emozionare quando si ha tra le mani la storia del burattino di legno più noto al mondo?

Dove sono le picaresche e rocambolesche avventure di Pinocchio? Dove sono le sue trasgressioni, i suoi scacchi, le sue delusioni così come i suoi incanti e le sue ribellioni? Dove sono la spontaneità e la vivacità di Pinocchio? Ed anche quella sua adorabile ribalderia? Il suo struggente desiderio di essere un bambino non trapassa quanto dovrebbe.

Bucano di più i paesaggi, i campi di grano o le corti assolate circondate da case in pietra viva che non i sentimenti e la formazione del protagonista.

Manca, poi, un elemento fondamentale del romanzo di Collodi: la meraviglia. La meraviglia che provano i bambini davanti alla scoperta del mondo. Quel loro stupore aurorale che è presente in ogni percorso di crescita. Per non parlare della libertà di individuare se stessi. E si individua se stessi solo attraverso le erranze, le trasgressioni e le disobbedienze.

La cura estrema dei costumi, del trucco e della scenografia naturale o d’interni sembrano esaurire la creatività del regista a scapito della tensione narrativa.

È un film piatto e senza picchi emotivi Tutto scorre senza che lo spettatore sia afferrato e coinvolto dalla vendita dell’abbecedario, dai pentimenti di Pinocchio che non fermano le sue tentazioni, dalla figura di Lucignolo e il suo racconto del Paese dei balocchi, dal pianto della Fata dai capelli turchini quando vede Pinocchio trasformato in ciuchino, dall’incontro con il padre nel ventre del Pescecane, dalla stanchezza sfinita e rinunciataria di Geppetto ecc. Sembra una successione incerta, sbrigativa e slegata di tanti tableaux vivants con un intento dichiaratamente illustrativo ma privi di profondità drammatica.

La disobbedienza come motore della formazione, anzi, proprio della ricerca di sé non affiora neppure per sbaglio. Non ci può essere formazione senza trasgressione. Non ci si forma solo obbedendo agli adulti. Pinocchio sotterra gli zecchini d’oro nonostante gli avvertimenti del Grillo parlante perché deve fare la sua esperienza. La scoperta del mondo avviene solo attraverso la propria esperienza. E come scrisse Marcello Bernardi, il grande ed indimenticato pediatra italiano, l’esperienza è come lo stuzzicadenti:«Serve ad una persona sola, a chi la possiede e a nessun’altro».

Che cos’è, alla fine, il Pinocchio di Garrone? Solo un’estrema attenzione alla imago prostetica e zoomorfica di molti personaggi (Pinocchio, le marionette del Teatro dei burattini, il Grillo parlante, la Lumaca, il Gatto e la Volpe, i Conigli becchini, il Giudice scimmia, il Tonno ecc.) e la scelta di rifarsi pittoricamente ai Macchiaioli della seconda metà dell’Ottocento; la virata ad una favola gotica partendo da un realismo crudo, fatto di miseria, concreta e morale, ma senza sviluppo narrativo e profondità psicologica. Nonostante all’inizio si veda e si senta il palpito del burattino in fattura, manca proprio il cuore di Pinocchio. Non c’è palpito. È un film senza palpito. Mostra una raffinatezza pittorica che non racconta e che sembra quasi fine a se stessa. La cura artigianale è artificiosa. E di un’artificiosità che diventa forzatura. Pare quasi di sentire lo sforzo, la fatica che c’è dietro a quest’operazione.

Il Pinocchio di Federico Ielapi, ingabbiato in quella maschera lignea di silicone, è completamente inespressivo, eccetto gli occhi. Roberto Benigni è logorroico perfino quando fa Geppetto – soprattutto nella prima parte del film. (Solo Fellini riuscì a trasformare Benigni nel personaggio di Ivo Salvini, l’ingenuo ‘poeta’ ne La voce della Luna). La Fata dai capelli turchini di Marine Vacth è esangue ed anaffettiva. Il Gatto e la Volpe sono laidi e viscidi, sia pure per fame, e mai dolenti. Lucignolo non ha alcun carisma. Mangiafuoco non ha alcun rilievo.

Ma è la sceneggiatura a risultare debolissima ed incapace di legare le singole scene le une alle altre. Per non parlare della mancata perizia di “tenere” l’intera struttura del racconto. Io credo che il vulnus artistico più grave sia proprio questo: la scrittura del film non è all’altezza della potenza visionaria del Garrone regista.

Film come L’imbalsamatore, Gomorra e Dogman avevano una grande forza e tensione narrativa. Quando si cimenta nel fantasy, invece, è come se Garrone perdesse la sua forza e tensione narrativa; è come se perdesse i tempi del racconto e la sua stessa creatività registica. Nonché la sua prodigiosa capacità di dirigere gli attori – la scena con Pinocchio e la Fata bambina, entrambi a letto, è imbarazzante tanto è recitata in una maniera dilettantistica. Questo accadde con Il racconto dei racconti, la cui estrema eleganza formale risultò raggelata e raggelante. E si ripete, purtroppo, con Pinocchio, che a me non è parso altro che un fantasy triste e freddo.

Continuo a pensare che Matteo Garrone sia uno dei più potenti registi contemporanei, e non solo in Italia. Ma il genere fantastico, purtroppo, non lo maneggia con naturalezza narrativa né con felicità espressiva. E lo scrivo con dolore; ma lo scrivo.


Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati




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