• Maria Antonietta Nardone

Il lager oltre il lager



Fatina Sed

BIOGRAFIA DI UNA VITA IN PIÙ

(a cura di Anna Segre e Fabiana Di Segni)

Elliot Edizioni - Roma, 2017



Sia detto senza remore: questo libro, Biografia di una vita in più, contiene un documento preziosissimo ossia il racconto che una donna di quarantasei anni, Fatina Sed, fa della sua esperienza di prigioniera ad Auschwitz quando aveva tredici anni. No dico: tredici anni! In realtà racconta tutta la sua storia: la morte del padre, la persecuzione, grazie alle Leggi razziali del 1938, lo scampare alla retata nel ghetto di Roma del 16 ottobre del 1943, la vita nascosta in una cantina, la ‘soffiata’, la deportazione al campo di Fossoli, l’internamento ad Auschwitz, la Marcia della morte, la liberazione, il ritorno a Roma.

E tutto questo è raccontato con una scrittura elementare, nuda, scabra, secca che arriva al lettore con una forza disarmante e dirompente. È raccontato, soprattutto, con lo sguardo e l’anima di una ragazzina di tredici anni. Auschwitz, il luogo-non luogo del massimo orrore e del dolore supremo, visto con gli occhi di una bambina. Auschwitz, il lager-simbolo dell’annientamento degli ebrei d’Europa – assieme agli zingari, agli omosessuali, agli oppositori politici – visto ad altezza di bambina.

Ed è raccontato con frasi che si incidono nella memoria per il loro nitore:«E non sapevamo che oltre al peggio esiste un altro peggio», «eravamo straziate, ma non malate», «mi sembra come se una parte di me stessa fosse rimasta lontana da me», «la nostra unica colpa era essere ebrei», «eravamo scheletriche e senza capelli, si vedevano solo gli occhi che erano spalancati dalla paura», «e ormai anche in noi era subentrata la voglia di sopravvivere e la giustizia non era sempre equivalente alla verità». Oppure la sconsolata consapevolezza:«Io credo che ciascuna delle persone sopravvissute in Germania sia libera solo in apparenza, credo che il suo corpo sia libero, ma il suo cervello sia rimasto prigioniero in quei lager dove ha visto morire milioni di persone». Ed è raccontato con momenti tesissimi: il tentativo di salvare la sorella maggiore Angelica resta straziante ed indimenticabile.

È questo il dono che Fatina Sed, dopo decenni di silenzio e minimizzazione sulla sua esperienza di deportata, decide di fare quando viene a conoscenza della grazia che si vuole dare a Kappler, all’epoca rinchiuso all’ospedale del Celio (da cui scapperà), scrivendo la sua storia su un taccuino che sarà ritrovato in un cassetto dieci anni dopo la sua morte, nel 1996, dalla nipote Fabiana Di Segni che si prenderà un’altra decina di anni per proporre nella giusta cornice e con il dovuto rispetto il manoscritto della nonna.

Fatina si sposa, ha tre figlie, più nipoti. Si costruisce una vita dignitosa e piena di lavoro, ma quell’esperienza terrificante non si dimentica; non si lascia dimenticare. Di notte, difatti, ha incubi ricorrenti. Sogna il ritorno dei nazisti e, a questa eventualità, dice che piuttosto che lasciare le figlie in mano loro, le ucciderebbe buttandole dalla finestra. A me, a questo punto, non può non venire in mente Beloved, il potente romanzo di Toni Morrison, in cui, la schiava fuggiasca Sethe, per paura di essere ripresa dal padrone assieme alla figlia, la uccide. La schiavitù dei neri negli Stati Uniti d’America è l’altro orrore massimo che si è verificato su questa terra.

Dopo la testimonianza di Fatina, il libro si apre ad una seconda parte, altrettanto preziosa, intitolata Generazioni successive. Le curatrici, Anna Segre e Fabiana Di Segni, si chiedono che cosa passa ad un figlio o ad un nipote quando un genitore o un nonno sono stati in un campo di messa a morte come Auschwitz-Birkenau dove hanno subito torture sistematiche, fame, freddo, malattie; dove hanno visto morire i loro cari, dove vedevano quotidianamente i cumuli di cadaveri nudi da bruciare in un forno crematorio o da interrare in fosse comuni. Si chiedono quanto una serie di traumi così spaventosi subiti da un genitore o da un nonno influenzino la vita di un figlio o di un nipote.

Vengono quindi riportate le testimonianze delle tre figlie di Fatina: Emma, Stella ed Enrica, tutte e tre diversamente segnate dall’esperienza della madre, dal suo comportamento un po’ distaccato, a volte duro, che non ammetteva l’esistenza della paura. La sua sopravvivenza nel campo dipendeva dal non mostrare la paura: una delle prime, terribili “lezioni” di Auschwitz, più marchianti di qualsiasi numero tatuato sul braccio.

Nel dolore che si prolunga ben oltre la fine degli eventi delittuosi e tocca ed influenza le generazioni a venire si trova quindi il cuore di questa seconda parte del libro.

Sul danno transgenerazionale, sul trauma ereditato dalle generazioni successive si espresse già Art Spiegelmann nel suo prodigioso e bellissimo Maus, un graphic-novel di ineguagliata magia e potenza. Artie, l’autore stesso, si strugge per il dolore dei suoi genitori, Vladek ed Anja, entrambi sopravvissuti ai campi. Lo subisce, ma non lo comprende. Prova sentimenti contrastanti ed un enorme senso di inadeguatezza. Deciso a raccontare la loro storia, si fa aiutare in questo suo compito dall’umanissima figura di Pavel, il mite psicoanalista, che pronuncia una delle frasi più illuminanti sull’argomento:«Sì. La vita si schiera sempre con la vita, e le vittime in qualche modo vengono colpevolizzate. Ma non sono sopravvissuti i MIGLIORI. È stato tutto CASUALE».

Non solo le vittime vengono colpevolizzate; prima ancora che siano altri a colpevolizzarle, vivranno un senso di colpa inestirpabile portato dalla propria stessa sopravvivenza. Non c’è colpa, naturalmente, eppure è quello che provano.

Su come si possa indagare su questi danni transgenerazionali, io non saprei; certo è che sarebbe una zona d’ombra ancora da illuminare e conoscere nella sua sostanza come nelle sue dimensioni. Tuttavia è un’operazione che necessita di grande delicatezza e di grande pazienza perché si vanno a toccare ferite davvero intoccabili. Anche se sarebbe vitale che oltre al tramandarsi della ferita e del trauma della ferita, ci sia anche il tramandarsi della memoria. Di una memoria che sia e si faccia storia. Storia passibile di ulteriori conoscenze ed interpretazioni, ma comunque storia non più confutabile né tanto meno negabile.

Uno degli aspetti che più tormentava Primo Levi era proprio su quanto sarebbe potuto accadere dopo la morte dell’ultimo sopravvissuto, dopo la morte dell’ultimo testimone. Temeva che ciò avrebbe potuto dare la stura alla propaganda negazionista – perché tale è, propaganda fatta in malafede, non è certo una tesi o un’interpretazione storica, come tutta la vicenda processuale di David Irving versus Deborah Lipstadt ha limpidamente mostrato. Come sosteneva Hannah Arendt:«Il genocidio è l’essenza del totalitarismo»; non ne è un’appendice più o meno accidentale, bensì l’essenza.

Diversi i temi toccati dalle curatrici: dal silenzio (silenzio del sopravvissuto e silenzio del figlio del sopravvissuto che non vuole riaprire porte su un dolore così lacerante) all’incredulità (molti sopravvissuti introiettano quel «se anche vi salvate, non sarete creduti, vi scambieranno per pazzi» detto loro dai nazisti in fuga e così, per decenni, si autocensurano); dalla difficoltà di comunicare esperienze-limite alla convinzione di inutilità nel raccontarle e tante altre considerazioni su cui si potrebbe parlare per ore ed ore o scrivere pagine su pagine.

Il volume contiene anche i versi di Anna Segre che, da poeta rabdomante, si immedesima al punto da essere una delle figlie di Fatina. Mentre, in chiusura, sono poste alcune fotografie che suggellano ed incardinano tutti i contenuti e le motivazioni di questa importante e coraggiosa pubblicazione.

Ma quello che più mi preme, ora, è soffermarmi su due punti della tagliente testimonianza di Fatina Sed, che è stata capace di raccontare una realtà insopportabile ed impensabile per un adulto, figurarsi per un bambino: l’umiliazione e la qualità spirituale.

L’umiliazione per le donne è stata maggiore di quella degli uomini, anche se mai pienamente descritta, per pudore e per vergogna. La rasatura dei capelli, il corpo nudo davanti ad estranei ed ai loro stessi cari (figlie che non avevano mai visto nude le proprie madri), mestruazioni e bisogni fisiologici collettivi ed a comando, ma anche sguardi, toccamenti o fatti apparentemente innocui che la sensibilità individuale fa percepire come umilianti. Ebbene, Fatina, una ragazzina tredicenne, coglie tutto questo con una sublime purezza di sguardo e ne è profondamente dispiaciuta.

Nel fondamentale documentario di Claude Lanzmann, Shoah, del 1985, c’è una scena, fra le tante, che mi è rimasta impressa per il laido orrore che si è prolungato oltre la chiusura dei campi di sterminio. Negli anni Settanta Lanzmann intervista uno degli ufficiali del campo di Treblinka, un Untersharführer SS (nella valigetta c’è una videocamera nascosta che riprende tutto). Si vede un anziano azzimato in giacca e cravatta davanti ad un cartellone dove è disegnata una mappa del campo con una bacchetta in mano che mostra il percorso delle prigioniere quando entravano prima nello spogliatoio e poi nella camera a gas. Ad un certo punto, parla di angoscia di morte, e «allora l’essere umano si lascia andare, si svuota dal davanti e dal di dietro e là dove le donne erano state in attesa si trovavano cinque o sei file di escrementi» perché, si sa, le donne, per la paura, defecano «no, gli uomini, no, è scientificamente provato, no?» – e giù gli parte un sorrisino di scherno che cerca la complicità dell’interdetto interlocutore.

Provo disagio e malessere profondo a raccontare questa scena. Non lo farei se non fosse importante. E non solo perché rende in un attimo l’idea dell’universo concentrazionario in cui si era gettati. Trent’anni dopo la fine della guerra, il vecchio nazista mai pentito racconta con questi termini la morte data a decine di migliaia di prigioniere. Racconta ancora con questa precisa volontà di umiliazione di cui tuttora si compiace e che fa venire i brividi.

Per ribattere al sorrisino di scherno di quel sergente SS nazista fino al midollo è sufficiente riportare la reazione di Fatina:«Dopo la doccia, nude in fila, passammo davanti al controllo dei tedeschi. Ci fecero aprire anche le mani per vedere se avevamo nascosto qualcosa. Erano donne così giovani – ricordo la vergogna sui loro volti – umiliate nella loro riservatezza e femminilità» (l’uso del grassetto è mio).

Fatina, una ragazzina di tredici anni, davanti alla nudità ed alle sevizie portate alle prigioniere, è triste ed avvilita. E lo sarà anche quarant’anni dopo. Danneggiata, fisicamente e psichicamente, ma non annientata nell’anima. L’orrore più irredimibile e senza fine è in quel vecchio involucro di carne ariana, orgoglioso della propria opera di distruzione ed incapace di vedere che se c’è un’anima che è stata annientata, quella è la sua e non certo quella delle prigioniere passate per il gas; se c’è un’anima che è umiliante guardare e vedere che rimase la stessa una trentina di anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, ebbene, quella è la sua.

La qualità spirituale, invece, è nella contrapposizione al male anche riconoscendo e cercando di vivere il bene. Fatina, ad esempio, riconosce una maggiore bontà in una Kapo – e comprende perfettamente il comportamento e le motivazioni psicologiche di queste guardiane. Oppure quando viene a sapere che il fratello Alberto è vivo e sta in una sezione vicina alla sua, gli manda, servendosi di un intermediario, un pacco di dolci che aveva ricevuto dalla Croce Rossa Internazionale. Cedere un pacco di dolci ad un altro, sia pure all’amato fratello (pacco che non arriverà mai al destinatario), quando si è sottoalimentati ed affamati da mesi e mesi, bè, questa è statura spirituale superiore. E lo è nella forma più pura e spontanea. E così se Etty Hillesum era considerata il cuore pensante della baracca (ma il diario fu scritto ad Amsterdam dal 1941 al 1943, le lettere a Westerbork prima di essere portata ad Auschwitz dove morì poco dopo il suo arrivo), a me pare che Fatina Sed possa essere considerata l’animo infantile tradito e vessato capace di conservare nel proprio intimo il bene ed il senso del bene anche in quelle desolate e desolanti baracche.

Dare un’identità, una storia, una vita a chi fu considerato solo un numero di materia subumana da eliminare. Dare la parola ad esperienze per molti indicibili; dare la possibilità agli altri di immaginare l’inimmaginabile che pure avvenne. Fare l’operazione contraria a quella che fecero i nazisti. Ebbene, Fatina Sed questo ha fatto. Ha saputo fare conservando la freschezza e la grazia di una bambina. E se nella realtà dei fatti nessuno poi poté accogliere, proteggere e risanare quella bambina così profondamente ferita, che continuò a vivere nascosta nel corpo di un’adulta, che almeno adesso sia la storia di quella bambina ad essere accolta, protetta ed amata da chi leggerà e conoscerà la sua stupefacente testimonianza. Perché se l’esperienza del lager, sopravvivendo alla morte dello stesso sopravvissuto, sembra vincere perfino la morte, si possa dire che anche la testimonianza di quell’orrore vince la morte, anche la potenza della parola – e della parola che si fa letteratura – vincono la morte. E vincono l’oblio, che è un’altra forma di morte.




Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati



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