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  • Maria Antonietta Nardone

Italia o della grazia felice


(Foto della locandina presa dal web)


VIVA L’ITALIA

testo di Franca De Angelis

regia di Rosa Masciopinto

con Anna Cianca

Teatro Tordinona - Roma



Che meraviglia di monologo teatrale ha scritto Franca De Angelis! E che interpretazione sbalorditiva ci ha regalato Anna Cianca! Ho riso, ho sorriso, ho partecipato ed ho pianto – letteralmente.

Fin dai primi movimenti dell’attrice, prima ancora che sia pronunciata qualsiasi parola, si è catapultati nel mondo di Italia, donna-bambina di sessantadue anni, che, tra un’ossessione ed una stereotipia, mentre cerca invano di accendere il televisore – suo amatissimo strumento di formazione personale e culturale – parla, racconta, rievoca e si racconta con un candore ed una purezza d’animo che avvincono irresistibilmente lo spettatore.

È un 2 giugno, Festa della Repubblica. Nella casa dove vive con la madre, che è chiusa in un’altra stanza, Italia vuole assistere alla parata; chiama la madre, ma la donna non risponde. Ah, già, non può rispondere perché Italia deve affrontare “la prova di autonomia”! Tra una rievocazione del passato, puntualmente punteggiata da una sigla di un varietà o di una pubblicità o da una canzone di uno sceneggiato o di una cartone animato, impariamo a conoscere l’esistenza di questa creatura e la sostanza delle sue relazioni, perlopiù famigliari, eccetto il portiere. Impariamo a conoscere il suo mondo interiore, il filo dei suoi ragionamenti, i suoi sentimenti forti e la sua sofferenza non meno intensa; e lo apprendiamo dal suo stesso punto di vista e non da quello di un neuropsichiatra, di un terapista, di un assistente o di un famigliare che se ne prenda cura; con il suo linguaggio e non con quello medico-specialistico. È questo uno dei tantissimi pregi di questo spettacolo. E sì, perché Italia risente di un ritardo cognitivo fin dalla nascita e con esso ha dovuto convivere da sempre.

Nello svolgersi di una giornata, che la regia evidenzia con lo spostamento nei quattro punti cardinali dei diversi oggetti di scena (un televisore, uno sgabello, una busta dell’immondizia ecc.), quasi a seguire sia l’arco delle lancette sul quadrante di un orologio, o il passaggio del sole dall’alba al tramonto, Italia racconta e rievoca la madre, con il suo accento veneto, i tre fratelli che vivono all’estero, con il loro accento romano, la cognata «che parla sempre troppo forte», con il suo accento napoletano, e tutte le scoperte e le esperienze della sua vita di reclusa in casa. Tanto bella quanto toccante la scoperta della propria sessualità immaginando un pirata famoso, la tigre di Mompracem di un indimenticato sceneggiato degli anni Settanta, Sandokan.

Il racconto e la rievocazione procedono alternando momenti comici e lievi a momenti più crudeli o drammatici mantenendo un equilibrio non facile sia nel testo sia nell’interpretazione. Nessuno spazio è concesso al pietismo né, tantomeno, alla caricatura – e il rischio per autrice ed interprete era dietro l’angolo. Il quotidiano e le difficoltà del quotidiano sono espresse con un’autenticità che solo chi ha avuto un’esperienza diretta con la disabilità (con un famigliare che presenti una qualsiasi forma di disabilità), conosce così bene. È questo un altro pregio di questo spettacolo importante e coraggioso.

Come andrà a finire “la prova di autonomia” di Italia? Lo scopriremo. Così come scopriremo l’importanza delle porte: porte verso la sicurezza, verso il materno che protegge e cura, o porte verso l’ignoto, l’incerto, il pericoloso. Quale porta varcherà infine Italia? Lo scopriremo.

Il testo propone anche una sua lettura più metaforica, sul paese-Italia, rimasto fermo, come bloccato nella sua crescita, rinchiuso in una stanza asfittica dove l’unica agenzia educativa possibile sembra essere solo la televisione. Questa lettura, pur legittima, mi ha convinto ed avvinto meno, molto meno. Anche perché il nostro paese non ha la grazia che ha Italia, questo tenero personaggio di donna-bambina che il male degli altri, in fatti e/o parole, non tocca, anzi, talora, è trasformato in un’immagine bella e/o buona perché questi sono i confini di quest’anima candida: le cattive parole, il dispregio ed il disprezzo, la derisione o la malizia (stessa radice del male) non hanno luogo e voce in questo “cuore semplice” eppure, allo stesso tempo, pieno di bellezza.

Essere riusciti a rappresentare quello che è uno degli aspetti più rilevanti di molte persone disabili, ossia il non essere toccate né contaminate dal male che si punta loro contro, è conquista, spiritualmente ed artisticamente, grandiosa. E di ciò io ringrazio autrice, interprete e regista dal profondo del mio cuore, della mia anima e del mio intelletto.

Il testo di Franca De Angelis raggiunge una purezza di racconto e di scrittura che mai aveva raggiunto nelle sue precedenti scritture dedicate al teatro. Tutto si tiene con una forza drammaturgica che dosa con una misura invidiabile tutti i vari tasselli che compongono questo straordinario monologo. E tante sono le raffinatezze poetiche che lo sostanziano: dalla lancetta dell’orologio che non corre, che va piano, che si gode il paesaggio nel passare dal due al tre del quadrante di un orologio, dal gioco di parole tra dawn (alba) e down (intesa come sindrome di Down) o quella, toccante, del comportamento dell’opossum quando si sente in pericolo.

Per non parlare delle porte e di quello che rappresentano nell’immaginazione dell’autrice: la porta è sempre una soglia e la soglia per eccellenza è la morte – e la morte è tema fondante di tutta la drammaturgia di Franca De Angelis. Anzi, direi che è origine di ogni suo gesto e/o scritto creativo.

La regia essenziale di Rosa Masciopinto, che si è avvalsa di pochi simbolici oggetti (la televisione, lo sgabello, la borsa, gli zoccoli, la busta dell’immondizia ecc.), di rumori e suoni fuoricampo (le pale dell’elicottero, il rombo degli aerei ecc.) e dell’uso delle luci a simulare il sole radente del tramonto, esalta la qualità della scrittura e dell’interpretazione.

Ma chi mi ha lasciato attonita e quasi stordita dalla potenza della sua interpretazione è Anna Cianca a cui basta un movimento ossessivo delle dita della mano destra, la zeppola in bocca, i movimenti cauti, l’andatura ciondolante di un clown, l’espressione di stupito candore, non per interpretare bensì per incarnare nel senso più pieno della parola una donna-bambina nata con un ritardo cognitivo; insomma per essere Italia ed esserlo totalmente. Sembra quasi di essere davanti ad una reincarnazione – più esattamente ad una rinascita di tipo buddhistico. Per questo dico che la sua prova è portentosa. Inoltre, a me è parso che l’attrice abbia oltrepassato qualsiasi bravura e mestiere (che pure ci sono e ci sono sempre stati) e si sia buttata senza rete nell’offrirci un personaggio così pieno grazia e che abbia attinto a segrete sacche di dolore per raggiungere un risultato artistico così rilevante per non dire entusiasmante. Un’attrice che può permettersi perfino di improvvisare, senza tradire la psiche della sua Italia, pronunciando un irresistibile:«Ma quanti sono questi fiammiferi!».

Anna Cianca mi ha sempre conquistato nelle sue variegate interpretazioni di questi ultimi anni – tante frutto dell’immaginazione e della drammaturgia di Franca De Angelis – dalla dottoressa Zeta a Giovanna/Maria, da suor Teresa a Olivia Kinderman, ma con questa Italia, con questa donna-bambina piena di luce si pone così in alto da figurare, senza alcun dubbio, tra le più grandi attrici della sua generazione accanto alle altrettanto grandi Elisabetta Pozzi, Maddalena Crippa e Maria Paiato.

Elsa Morante così scriveva:«Io cerco in quelli che avvicino due cose terribilmente rare e difficili: la poesia e la grazia. Sono cose tanto preziose e disperatamente rare». Ecco, io credo che Italia abbia almeno una di queste due cose terribilmente rare e difficili da trovare: la grazia. E credo che la sua grazia felice dovrebbe diffondersi negli animi di quelli che corrono, che non sono mai “in ritardo”, che non dimenticano nulla perché hanno una memoria di ferro; insomma, di varcare i confini degli animi dei tanti, tantissimi e “fortunati” normodotati.





Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati




(Photo by Massimiliano Maggi)


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