• Maria Antonietta Nardone

Bhutan, il regno del drago tonante

Nel novembre di dodici anni fa ero in Bhutan, nella valle del Bumthang, per assistere ai diversi Tecshu, i festival in cui si effettuano le danze sacre, dette cham.

Sabato 15 novembre, finalmente, intera giornata dedicata ai festival. Al mattino, al Jampey Lhakang, nella valle di Chokhor, ho assistito alla Danza del cervo e del cacciatore (Shawa Shachi) e alla Danza dei tamburini Drametsi (Drametsi Nga Cham). Costumi colorati, maschere, anche di cervi, pugnali che sembrano spade, tamburini, cappelli conici e un movimento rotatorio, circolare che accomunerà tutte le danze. Intorno, i bhutanesi con intere famiglie sedute sui cartoni, assistono divertite alle cerimonie, e ridono soprattutto davanti agli “scherzi” dei buffoni, che come i buffoni di corte, penetrano e interagiscono con il pubblico.

Al pomeriggio, nella valle di Chumey, al Prakhar Goemba, assisto ad altre danze. Queste sono coreograficamente più belle, i danzatori più agili. Ipnotico il loro moto circolare - tracciano un cerchio magico da cui lasciar fuori gli spiriti maligni - cadenzato da una musica fatta di fiati e percussioni varie. Ecco ora la Danza delle divinità adirate, il Dungtam. Tira un vento gelido eppure i danzatori hanno gambe e braccia scoperti. Il coltello triangolare, che taluni brandiscono, è per tracciare questo cerchio magico.

Il Bhutan, questo vivissimo polmone verde a ridosso dell’Himalaya, è uno stato che si mantiene a distanza dal mondo globalizzato, e così, anche dall’inevitabile omologazione culturale. Il rischio però è un’ingenuità di fondo che può essere pericolosa. Chi è ingenuo non riconosce la propria ombra, i propri difetti, i lati oscuri e tende a proiettarli sugli altri.

In questo paese invece del Pil c’è il Fil (Felicità interna lorda) in inglese Gross National Happiness. Non sto scherzando è proprio così: il governo, che poi sarebbe il re, si preoccupa oltre che dell’istruzione, per tutti, dell’assistenza sanitaria gratuita, anche di un tot di felicità riservata ai cittadini. Un esempio: se un progetto non porta un benessere all’intera comunità, non si realizza anche se economicamente sarebbe fruttuoso.

Questa della felicità è una preoccupazione che si trova persino nell’inno nazionale.«Mentre fiorisce la dottrina del Signore Buddha, possa il sole della pace e della felicità illuminare il popolo». Karma Ura, il pensatore e scrittore bhutanese di maggior spicco, sostiene:«La felicità è fatta di relazioni». Oppure:«Non crediamo in questa felicità alla Robinson Crusoe. La felicità non può che essere relazionale». Ebbene a questa conclusione giunse, tra i tanti, anche l’americanissimo Cristopher McCandless, appena ventiquattrenne, immortalato dal film di Sean Penn “Into the Wild”, quando scrisse sul suo taccuino poco prima di morire tra i ghiacci dell’Alaska:«La felicità è reale solo quando è condivisa». Come a dire che la profondità o la bontà di un pensiero non sono appannaggio di una sola cultura, di un solo paese, di una sola epoca.

Al Kyichu Lhakhang, assistiamo ad una cerimonia di offerte, benedizioni e preghiere officiata dal Lama di Paro. Momento autentico, tutto bhutanese, di religiosità vissuta. Le offerte in cibo, frutta e bibite raccolte dai monaci, saranno distribuite due giorni dopo ai più bisognosi. Un tappeto di persone, sedute per terra, che pregano, chi col suo mulino di preghiera, chi senza. Quanto è benefico vedere persone che pregano senza vergognarsi così come accade nella mia un po’ cinica Europa, così smaliziata e così infelice per non dire depressa. Finché ci saranno persone che pregano senza vergognarsi ed eremiti che vivono e si allontanano dal mondo nella loro grotta, la convivenza umana ha qualche chance in più, e la salvezza, la salvezza escatologica può essere ancora contemplata. Perché la devozione, l’atteggiamento mentale della devozione, attiene senz’altro alla sfera del sacro, ma è benefico anche alla nostra psiche, ad una vita sana della nostra psiche. E potrei dire con Ramakrishna, il mistico indiano dell’ottavo secolo, che è bene «inginocchiarsi dove gli altri si sono inginocchiati perché, dove gli altri si sono inginocchiati, là è la presenza di Dio».

(Sikkim e Bhutan - ottobre/novembre 2008)


Danza sacra al Prakhar Goemba, nella valle di Chumey (Bhutan – novembre 2008)

Danza sacra al Prakhar Goemba, nella valle di Chumey (Bhutan – novembre 2008)

Monaco bambino nella valle del Bumthang (Bhutan – novembre 2008)

Monaco bambino nella valle del Bumthang (Bhutan – novembre 2008)

Danzatore nella valle di Chumey  (Bhutan – novembre 2008)

Danzatore nella valle di Chumey (Bhutan – novembre 2008)

Monaci (Bhutan – novembre 2008)

Monaci (Bhutan – novembre 2008)

Giovane vestito in maniera tradizionale a Paro (Bhutan – novembre 2008)

Giovane vestito in maniera tradizionale a Paro (Bhutan – novembre 2008)

Il “fool” delle danze sacre (Bhutan – novembre 2008)

Il “fool” delle danze sacre (Bhutan – novembre 2008)

Bambino vestito in maniera tradizionale nella valle del Bumthang (Bhutan – novembre 2008)

Bambino vestito in maniera tradizionale nella valle del Bumthang (Bhutan – novembre 2008)

Taktshang Goemba, la tana della tigre  (Bhutan – novembre 2008)

Taktshang Goemba, la tana della tigre (Bhutan – novembre 2008)

Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati