• Maria Antonietta Nardone

Non ce l'hai anche tu una mamma?


(Foto della locandina presa dal web)



MADRE (2009)

di Bong Joon-ho

con Kim Hye-ja, Won Bin, Jin Ku, Jae-moon Yoon, Jeon Mi-seon


A dodici anni di distanza viene distribuito nelle sale italiane Madre (Madeo) di Bong Joon-ho. Il film partecipò al Festival di Cannes 2009, nella sezione Un Certain Regard, e fu un enorme successo nel suo paese, la Corea del Sud. Ma qui, in Italia, ci si sa prendere i propri tempi anche per distribuire un film!

In una sonnolenta cittadina sudcoreana, vive una madre che taglia i rami secchi in una botteguccia dove vende erbe e radici, e pratica l’agopuntura illegalmente per racimolare qualche banconota e poter così sopravvivere assieme al figlio Do-joon, un giovane con evidenti limiti intellettivi. Il controllo e l’accudimento della madre verso il figlio sono continui ed opprimenti: mangiano insieme, dormono insieme – ella lo segue e lo imbocca perfino mentre urina. La madre gli contesta l’unico amico che ha, Jin-tae, perché è un balordo e lo trascina nei pasticci, a cui lei, dopo, deve porre rimedio. Una notte, il figlio rincasa ubriaco. Il mattino successivo viene ritrovato il cadavere di una studentessa minorenne. Con grande sconcerto di questa madre, il figlio viene arrestato ed interrogato dalla polizia. E così questa donna piccola ed esile si mette ad indagare con tenacia per trovare le prove che scagionino il figlio.

Come nel precedente Memorie di un assassino (2003), anche qui c’è un delitto; anche qui la polizia sudcoreana chiude frettolosamente il caso arrestando un giovane disabile incapace di difendersi; anche qui, il regista, attraverso un andamento da thriller, rappresenta la società del suo paese, rivelando meschinità e codardie, disuguaglianze sociali incredibili, ipocrisie e segreti, volgarità nei ricchi e spietatezza nei poveri, brutti bar-karaoke e famiglie monche e problematiche, ma, soprattutto, indaga nella relazione primordiale dell’essere umano: quella tra madre e figlio. E lo fa con un rigore e con un coraggio che lasciano, alla fine, senza fiato.

Non si salva nessuno in questa storia – oddio, forse solo la fotografa! – ed anche gli affetti più sacri e profondi, come quello tra nonna e nipote, sono completamente rovesciati e snudati di qualsiasi mieloso sentimentalismo.

Da notare l’importanza di alcuni dettagli (la scatola che contiene gli aghi per l’agopuntura, il sangue che esce dal naso, la rabbia reattiva che investe Do-joon verso chiunque lo apostrofi come “ritardato”, il robivecchi con il suo carretto di oggetti rotti, le palline da golf firmate dallo stesso Do-joon, il punto della coscia in cui conficcare un ago che cancelli i ricordi) che non solo hanno un’importante funzione narrativa, ma troveranno infine senso e significato durante lo svolgimento della storia.

Anche qui come in Memorie di un assassino c’è un frutto (lì la pesca, qui la mela) come strumento di sfregio o di tortura. Anche qui c’è l’osservare, non visti, da pertugi, muri o tende. Anche qui si accenna al conflitto tra una Corea contemporanea che gioca a golf ed una Corea arcaica che ricorre ad erbe e pozioni per rimanere incinta, ad esempio.

E poi vediamo l’avvocato ingaggiato dalla madre per difendere il figlio e il direttore di una clinica, ubriachi, circondati da giovanissime prostitute in sale riservate di locali dove va per la maggiore uno squallido karaoke. Vediamo sopraffazioni tra studenti e studentesse, tra giovani e vecchi, e sembra che quasi tutti siano alla ricerca di un personalissimo tornaconto, ma tutto questo è rappresentato in una maniera volante perché il cuore del film è il viaggio interiore della madre che porta a non poche scoperte, tra cui l’impossibilità di stabilire un confine netto tra innocenza e colpevolezza, virtù e peccato, amore e arbitrio.

Affiorano memorie che saranno un macigno per questa madre sola e caparbia. Si profilano più rivelazioni che spiazzano e sconvolgono lo spettatore che si immedesima nel punto di vista della madre.

Tante le scene memorabili, tra cui quella iniziale, quella finale, quella dell’incontro sotto una plumbea pioggia tra la madre e il robivecchi che trascina il suo carretto pieno di oggetti malmessi ed arrugginiti oppure quelle dove il vento tra le fronde degli alberi o in un assolato e dorato campo di grano sembra rimandare al respiro grande e distante della Natura.

Gli interpreti sono tutti credibili e freschi, da Won Bin (Do-joon) a Jin Ku (Jin-tae), da Jeon Mi-seon (Mi-sun) a Jae-moon Yoon (Je-tae) ma è la protagonista, Kim Hye-ja, a risultare superlativa e, praticamente, a reggere il peso di tutto il film sulle sue spalle. Accuratissima la sceneggiatura firmata dallo stesso regista assieme a Park Eun-kyo. Mentre risulta molto efficace la musica e il lavoro sul suono fatto da Lee Byung-woo nel sostenere un’atmosfera di suspanse.

Madre è un film crudele e cruento dove l’ossessione del materno può essere terribile e non conoscere alcuna morale. Dove la forza primigenia e viscerale del materno dà la vita e si “arroga” il diritto di sopprimere la vita (che il tentativo riesca o meno non cambia la sostanza dell’archetipo da cui si è abitati). Perché il problema nasce quando ci si identifica con l’archetipo. Quando avviene questa identificazione, l’umano acquista tutta la “mostruosità” del divino.

Difficile dimenticare il volto e lo sguardo di questa madre che, all’inizio, mettendosi ad indagare per provare l’innocenza del figlio, diventa l’eroina della storia, ma il regista rovescia tutto in questo film, anche lo status di eroina della protagonista con mirabile maestria. Lo rovescia fino a farlo diventare il suo opposto, raggiungendo così un risultato narrativo tanto alto quanto affascinante.

È questo il ritratto spietato di una madre estrema – extro in latino significa valicare. E questa madre è estrema perché valica il limite di quanto si può fare per “salvare” l’essere più amato al mondo, ossia il figlio. Espresso magnificamente nella frase, disperata, che schianta lei stessa e lo stesso spettatore:«Non ce l’hai anche tu una mamma?». Dove si intende, una mamma capace di fare quello che ha fatto lei pur di salvare il figlio da una condanna certa.

E mentre scorrono i titoli di coda io continuo a vedere nella testa la pioggia pesante dei monsoni che inzuppa questa umanità dolente e perduta, e dove solo l’oblio può regalare una spensieratezza baciata dal sole che tramonta.





Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati