• Maria Antonietta Nardone

Impressioni su Banksy


(Foto della locandina presa dal web)

(Foto della locandina presa dal web)

BANKSY. A VISUAL PROTEST

(Roma, Chiostro del Bramante)


Sono andata a vedere la mostra intitolata Banksy. A visual protest in una limpida mattina di ottobre, il mese che sa regalare cieli così netti da sembrare di essere in Oriente, in quell’estremo Oriente dove la luce taglia con piglio deciso ogni forma ed illumina i colori in una maniera così intensa da far quasi male.

La mia non è una critica d’arte. Non vuole e non può essere una critica d’arte. Riporto perciò solo alcune mie impressioni e considerazioni che sono state suscitate dalla visione di questa mostra.

Fin dalle prime opere sono stata investita dalla feroce critica sociale dello street artist inglese. Basti vedere come sono ritratti la middle class, il parlamento o la regina Elisabetta II. Così come indubbia è la sua carica antirepressiva: il modo in cui sono tratteggiati la polizia in tenuta antisommossa, soldati vari e perfino un bobby (poliziotto di quartiere) tutt’altro che rassicurante, è inequivocabile.

Il tono dissacrante o quello più schiettamente ironico attraversano la maggior parte della sua produzione artistica. E se questo può essere considerato un elemento di continuità con la tradizione artistica e soprattutto letteraria della Gran Bretagna, non lo è affatto quando ha deciso di portare le sue opere, le sue visioni, le sue immagini per strada ossia sulle pareti degli edifici. Qui è la rottura con il mondo “tradizionale” dell’arte. E più che rifarsi ai manifesti del Maggio francese (1968), molti dei quali presenti in questa mostra al Chiostro del Bramante, la street art si aggancia e deve tantissimo agli avanguardisti russi del primo Novecento. Il poeta russo Vladimir Majakovskij così si esprimeva:«A noi non occorre il morto tempio dell’arte, dove languiscono opere inerti, ma la fabbrica vivente dello spirito umano (in Locomotiva, vola come freccia, 1926)». Nel 1918 fece un appello in cui sosteneva che l’arte vada portata in strada, scritta sulle cantonate dei palazzi, negli steccati, sui tetti, sulle strade, sui tram, sugli autobus, sugli abiti dei cittadini. «Le strade sono i nostri pennelli. Le piazze, le nostre tavolozze. Nelle strade, futuristi, tamburini e poeti» scrisse nell’Ordinanza all’esercito dell’arte nel 1918.

Ecco, riguardo all’importanza della strada, se proprio voglio riallacciarmi al Sessantotto, mi è venuta in mente la canzone di Giorgio Gaber C’è solo la strada:«C’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza, c’è solo la voglia, il bisogno di uscire, di esporsi nella strada, nella piazza […] bisogna ritornare nella strada, nella strada per conoscere chi siamo».

E poi tante suggestioni, tanti rimandi ad altre arti come la letteratura – in Jack e Jill (Police kids) ho avvertito una tale ambiguità in questi bambini che corrono con un giubbotto antiproiettile che mi ha ricordato l’inquietante ed allarmante ambiguità dei bambini di Giro di vite di Henry James. O come il cinema: l’installazione Welcome Mat, dove uno zerbino con la scritta welcome e un giubbotto salvagente arancione mi hanno richiamato alla mente lo struggente film Welcome di Philippe Lioret dove il mare, il burrascoso mare davanti alle scogliere di Dover, diventa un cimitero iniquo ed inaccettabile. O, addirittura, mi ha rimandato ad altre discipline (e penso all’aria libertaria e antifamigliare presente nell’antipsichiatria di Laing, Esterson e Cooper che mi è parso di respirare durante il tragitto dell’intera mostra).

A fronte, quindi, di un segno capace di arrivare a tutti con forza e direttamente a me pare che il substrato intellettuale e poetico di Banksy sia invece molto raffinato, ricco di sfumature e, culturalmente, molto robusto, se così posso dire, di quanto non trapeli di primo acchito.

A conferma di ciò, porto anche questo dato. La barca per salvare e soccorrere i rifugiati che attraversano il Mediterraneo, comprata con il ricavato della vendita di alcune sue opere, è stata chiamata Louise Michel; Louise Michel, l’anarchica francese a cui Victor Hugo e Paul Verlaine dedicarono dei versi molto toccanti. In Francia, è una figura conosciutissima ed amatissima. In Italia, una mezza-sconosciuta. Così il suo amico Sébastien Faure ricorda quando Louise Michel gli aveva promesso di invitarlo a pranzo:«Un vero pranzo, con più portate, come dagli altri, mi aveva detto. Ma arrivati al giorno convenuto, nulla, nemmeno il minimo aroma di cucina. Louise aveva dato tutto quello che aveva, il mattino stesso, a un disgraziato, impegolato in un’angoscia dietro l’altra, scordando totalmente la spesa per l’ottimo pranzo…».

Perché, come scrive Anne Sizaire nella biografia a lei dedicata:«Louise Michel ignorava la carità: lei dava. Meglio ancora: lei condivideva».

Come ha fatto anche Banksy con la barca che prende, non a caso, il suo nome. Ha condiviso.



P.S.

A proposito della querelle sui diritti d’autore di Banksy, mi preme dire che l’artista britannico usa uno pseudonimo, Banksy, per l’appunto; non è un artista o un autore anonimo – perché sconosciuto e/o quindi sconosciuto.

Non vuole far sapere la sua identità; ma c’è, esiste e qualcuno lo "conosce".

Cos’è, non si dovevano pagare i diritti d’autore a George Eliot o a Lewis Carroll perché pubblicavano con uno pseudonimo invece che con i loro nomi, rispettivamente Mary Ann Evans e Charles Lutwidge Dodgson (tanto per rimanere in Inghilterra)?

«Ma mi faccia il piacere» direbbe il nostro grande Totò.



Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati