• Maria Antonietta Nardone

Elegia degli ultimi


(Foto della locandina presa dal web)


NOMADLAND

di Chloé Zhao

con Frances McDormand, David Strathaim, Linda May, Charlene Swankie, Bob Wells, Patricia Grier


Nomadland è un film che mi ha lasciato nell’animo moti ambivalenti: da un lato, l’insopprimibile freschezza di respirare «the scent of open air» che ogni girovago, ogni viaggiatore che si mette sulla strada ha provato, dall’altro un malessere pulsante e palpabile, provocato da una solitudine siderale, quasi inscalfibile – anche se poi risulta una solitudine salvifica e piena del ricordo di affetti passati.

Fern, una sessantenne che ha perso il marito, e poi anche il lavoro, a Empire, in Nevada, adatta un van a camper, e si mette ad attraversare gli stati del Nevada, dal deserto fino al Pacific Northwest, passando per l’Arizona, le Badlands del North Dakota, il Nebraska e la California, congiungendosi, in talune tappe, ad altri nomadi come lei, davanti ad un falò notturno, scegliendo oggetti utili al mercatino del baratto, e, lì dove può, a fare qualsiasi lavoro pur di racimolare i soldi necessari per vivere. È questo l’apprendistato di un nuovo modo di vivere anche come manodopera stagionale e itinerante. Una manodopera altamente sfruttabile perché priva di qualsiasi tutela sindacale e/o sanitaria.

La regista, sceneggiatrice e co-produttrice, Chloè Zhao, segue la protagonista e tutti gli incontri che ella ha in questa sua nuova vita vagante con un stile quasi documentaristico, filmando umani di ogni età anagrafica, accanto a terre, albe, tramonti, neve e piogge, canyon e deserti, ma anche città disabitate divenute ormai siti di archeologia industriale, tutti con la stessa delicata attenzione.

Il viaggio, sia su strada sia all'interno di se stessa, porta Fern ad incontrare persone come Swankie, Linda May, Bob Wells e Dave, con le quali condividere la ruvidezza di una vita nomade, ma anche la profondità del loro sentire (confessioni da brivido, soprattutto quella di Swankie) o improvvise e giocose allegrie (come la spa nel nulla delle Badlands) o il perdurante dolore della perdita. A sperimentare, soprattutto, un’autentica, toccante solidarietà e l’appartenenza ad una comunità. Ed è in questi spazi di vertiginosa ampiezza, dove la Natura, pur nella sua durezza, è una Natura che comunque accoglie e “salva”, i dropout si trovano e si ritrovano uniti da una mutua comprensione e da una reciproca benevolenza, quella comprensione e quella benevolenza che manca ad un sistema economico che schiaccia con indifferenza qualsiasi esistenza non sia più funzionale ai suoi automatici scopi di profitto.

E, più oltre nella storia, quando Fern pronuncerà una battuta-chiave come questa:«Perché inducete la gente a comprare case che non potrà mai finire di pagare gettandole sul lastrico?» percepiamo tutta l’essenza del capitalismo per il quale l’essere umano è un dettaglio insignificante e sacrificabile davanti ad un maggiore profitto.

Ed il sogno americano, che ha la Vita, la Libertà e perfino il perseguimento della Felicità come Diritti inalienabili, sanciti nella sua stessa Costituzione del 4 luglio 1776, viene smascherato con grazia, ma con determinazione, dall’esistenza dolente di questa miriade di emarginati, siano essi nomadi o stanziali.

E debbo confessare che c’è una scena, quando Fern guarda fuori dalla casa del figlio di Dave – una bellissima casa, dotata di tutti i comfort di cui sono dotate le case contemporanee delle persone che hanno un lavoro ben pagato – , che io comprendo fin nel midollo: trovarsi più a proprio agio fuori, nella scomodità della strada, nella precarietà degli incontri e degli imprevisti (anche se non bisogna mai sottovalutare l’importanza di avere una gomma di scorta o i soldi necessari per sostituire una batteria andata). Insomma, quell’inconfondibile persuasione di trovarsi più a proprio agio in una vita vagante e viaggiante.

«C’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza […] perché il Giudizio Universale non passa per le case, le case dove noi ci nascondiamo, bisogna ritornare nella strada, nella strada per conoscere chi siamo» così cantava Gaber. Ma la strada, in questo film, è un percorso comunque già segnato, poiché ci si ritrova sempre nei soliti posti, dopo qualche mese o dopo qualche anno. È come percorrere un circuito, con tappe ben definite, i parcheggi per camper, anche se questi sono in lande sperdute. Puoi riscoprire te stessa o, meglio, riagganciarti alla parte più autentica di te stessa, come fa Fern, ascoltando anche le rivelatorie parole della sorella Patty:«Da bambina eri considerata eccentrica. Invece eri solo più audace e schietta di tutti gli altri».

Puoi quindi ritrovare te stessa ma non puoi scoprire nuove terre, perché non ci sono più nuove terre da scoprire sì che lo spirito di frontiera che ha animato l’anima profonda di tutti gli inquieti d’America ne fuoriesce del tutto azzerato. Non c’è più la ricerca dell’oro nel Klondike raccontata, tra gli altri, dal grande Jack London; e non c’è nemmeno il girovagare on the road libertario, liberatorio ed altamente alcoolico di un Kerouac; è rimasta solo questa sorta di tour spartano, con soste programmate, da ripetere anno dopo anno, con una routine che, nonostante l’imponente bellezza dei paesaggi attraversati, spegne perfino l’idea stessa di libertà.

Chloé Zhao racconta tutto questo con una grande purezza di sguardo e di racconto. E con un’asciuttezza che conquista. Inoltre non mostra mai la disperazione né la rabbia bensì una cosciente, anche se un po’ ammaccata, resistenza a tutto un iniquo sistema di sopraffazione ed esclusione. Aiutata in questo dall’interpretazione grandiosa, tutta in sottrazione, eppure straordinariamente incisiva di una Frances McDormand che ha nelle espressioni del suo volto il paesaggio più bello e straziante. È stato piacevole poi rivedere la bravura indiscussa di un grande interprete come David Strathaim o apprezzare la spontaneità dei non attori di professione come Swankie e Linda May. Molto efficace infine anche la lucida sorella di Fern, interpretata da Patricia Grier. La musica di Ludovico Einaudi accompagna con un tocco tutto intimistico i movimenti di Fern, siano essi a piedi, in van o nel mondo dei ricordi.

Mi sembra, infine, che Zhao porti un nuovo sguardo sugli emarginati che non ha l’afflato mitico de I giorni del cielo di Malick o la tensione tragica di molti film dei fratelli Dardenne, tanto per fare due esempi, bensì un tono malinconico, crepuscolare – davvero in tutti i sensi possibili – che vede gli esclusi intenti a conservare la propria dignità e a preservare, comunque, i loro sogni – siano essi la costruzione di una earthship o il desiderio ultimo di rivedere le rondini volare dai nidi sulla scogliera e librarsi in alto nel cielo.

Su questo scarno ed inusuale film avrei, forse, un unico appunto da fare: la mancanza di un vero incontro sgradevole e di una vera situazione pericolosa – mai tralasciare quanto possa essere pericoloso, per una donna, “muoversi su strada” da sola. Possibile che Fern non abbia mai incontrato, sul suo cammino, nessun malintenzionato, ubriaco o meno, a molestarla? Ecco, questo, l’ho trovato poco credibile.

Appunto che non inficia la forza discreta e la grazia minimalistica di un film capace di raccontare in modo sommesso l’elegia degli ultimi – dei cosiddetti ultimi.





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