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Confessioni al buio

Immagine del redattore: Maria Antonietta Nardone
Maria Antonietta Nardone
29 set
Tempo di lettura: 5 min
(Foto della locandina presa dal web)
(Foto della locandina presa dal web)

NAZA

 di Yuval Abraham, Rachel Szor

 con Yuval Abraham

 

 

È notte a Tel Aviv. I grattacieli della città sono interpuntati da finestre illuminate. Da una terrazza un giornalista interroga un uomo la cui identità è oscurata. Inizia così Naza, il film documentario diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, due registi israeliani che avevano firmato, insieme a Basel Adra e Hamdan Ballal, il documentario No Other Land (2025).

   Sono 24 gli uomini e un paio di donne che vengono intervistati da Abraham. Appartengono all’intelligence e all’IDF, l’esercito di difesa israeliano. E raccontano. Raccontano come attraverso anche l’AI e il controllo della rete telefonica nella Striscia di Gaza, sappiano benissimo quante persone sono presenti in un piano di un palazzo o all'interno di un appartamento. Per colpire un membro di Hamas, a seconda dell’importanza, possono fare un tot numero di “danni collaterali” (i naza del titolo che è l’acronimo di Nezek Agavi): 15, 50, 100 fino a 500. Si usa questa definizione perché dire che si è disposti ad uccidere donne, bambini, anziani, giovani, che non hanno nulla a che fare con Hamas, sarebbe troppo esplicito e potrebbe provocare qualche sussulto di coscienza.

   I report dei 24 intervistati si snodano uno dopo l’altro, con diversi gradi di consapevolezza, responsabilità e rimozione – quando non vere e proprie negazioni – e delineano un quadro che mostra la volontà di produrre omicidi di massa e di distruggere la quasi totalità degli edifici nella Striscia, «quartiere per quartiere, città dopo città». Gli informatici operano dietro uno schermo, seduti davanti ad una scrivania, lontani dal luogo in cui avverranno i bombardamenti. I soldati sul campo sparano ai palestinesi affamati che violano un’ipotetica linea gialla che è solo nelle loro teste e guardano i cadaveri, anche dei bambini, mangiati dai cani. Oppure sentono il puzzo dei «tanti, tantissimi cadaveri» sepolti dalle macerie o riemersi da innumerevoli fosse comuni improvvisate.

   Questi racconti sono inframezzati dalle sequenze sulle case di Tel Aviv, come nella Finestra sul cortile di Hitchcock, in cui si vede chi è stravaccato in divano, chi ripulisce dalle briciole un tavolo, chi corre su un tapis roulant oppure chi, in strada, va in macchina, in bicicletta o passeggia lungo la spiaggia. Presenti, presentissimi gli schermi accesi delle tv che sembrano dominare sulla vita e sulla narrazione quotidiana intrappolandole in una continua manipolazione e mistificazione che svuota le coscienze di ogni forza etica e palpito empatico.

   Mi ha colpito il contrasto fra la tranquillità e il silenzio della notte a Tel Aviv e il fragore dei bombardamenti che si abbattono sulle città della Striscia, che si trova sulla stessa costa di Tel Aviv, a 60 chilometri di distanza, e nelle stesse notti, tra urla, lamenti e pianti.

   Via via che le confessioni si susseguono alla voce, spesso, si unisce il gesto delle mani che disegnano su un foglio bianco, con dovizia di dettagli, i palazzi e le strade da colpire. Attraverso i capitoletti “Dov’è daddy” o “Lavender” ci si addentra in un orrore che lascia senza fiato.

   Si apprende così che i Naza, il danno collaterale messo in conto ed approvato, non sono vittime sacrificate all’uccisione di un membro di Hamas di grado elevato, basso o nullo, bensì risultano il vero target, il vero obiettivo di una deliberata eliminazione dei palestinesi della Striscia di Gaza e di un’altrettanta deliberata cancellazione della loro memoria (libri, quaderni, fotografie appositamente bruciati).

   Queste ombre scure che raccontano rivelano chi e come ha portato la morte e la distruzione che abbiamo visto dai video, dalle fotografie dei gazawi e dalle immagini delle vedute aeree di quel lembo di terra ridotto ad uno sterminato cumulo di macerie che fanno da cimitero ad un numero non ancora quantificato, nella sua totalità, di morti. Rivelano la parte del quadro finora mancante, quella degli assassini, svelata dagli stessi autori.

   E racconta anche come l’uso della tecnologia adoprata per l’uccisione di massa a me pare che si inserisca nello stesso solco tracciato dall’industrializzazione della morte degli ebrei d’Europa nei campi di sterminio ad opera dei nazionalsocialisti. Oggi, poi, è sufficiente premere un tasto da remoto e un’intera popolazione sparisce dalla faccia della terra.

   Le interviste che vediamo in questo film sono state pubblicate da The Guardian, +972 Magazine e Local Call dal 2023 al 2025. Così come basta leggere i report di Break the Silence, l’associazione non governativa, fondata nel 2004, che raccoglie e pubblica le testimonianze di veterani, di ex soldati dell’IDF e del loro operato in Cisgiordana, Striscia di Gaza e Gerusalemme est per conoscere quanto è avvenuto. O le affermazioni filmate dello psicoterapeuta Tuly Flint, ex comandante dell’IDF, il quale sostiene che tutto questo è noto perché già riportato dai soldati o ex soldati che ricorrono all’aiuto psicologico.

   Il film, oltre a qualche immagine di repertorio, cita anche il film Il diritto di uccidere (Eye in the Sky) di Gavin Hood, uscito nel 2015, sul “diritto” di uccidere “terroristi” coinvolgendo nell’operazione di morte civili di qualsiasi età. Sulle implicazioni etiche e giuridiche di tali operazioni. Film teso, con una sceneggiatura attentissima alle dinamiche più sottili, interpretato, tra gli altri, da attori del calibro di Helen Mirren e Alan Rickman, e di cui suggerisco la visione.

   Quello che più mi ha colpito di Naza è come nessuno degli intervistati metta in discussione “il Sistema” che promuove e produce tutta questa insopportabile devastazione. Anzi, si prova soddisfazione per aver portato a termine il proprio lavoro. Per aver svolto al meglio il proprio lavoro.

   E questo mi ha riportato alla mente il film di Eyal Sivan del 1999 Uno specialista – Ritratto di un criminale moderno, dedicato al processo ad Adolf Eichmann, dove l’imputato per tutto il tempo si era giustificato dicendo che aveva non solo obbedito agli ordini, ma che aveva solo svolto al meglio il suo lavoro. Sostenendo, tra l’altro, di non odiare personalmente gli ebrei – cosa non vera come provano le registrazioni su nastro fatte dal giornalista olandese Willem Sassen nel 1957 quando il criminale nazista risiedeva con tutta la sua famiglia a Buenos Aires, col nome falso di Ricardo Klement, e dove affermava testualmente di rammaricarsi per non aver annientato l’intero popolo ebraico e di volere «tutti gli ebrei morti».

   Anche uno dei giovani intervistati al buio da Abraham, progressista, sostiene che lui non odia gli arabi, come fanno invece i coloni messianici nella West Bank, ma che quello era il suo lavoro e lui l’ha fatto al meglio.

   Nel film di Sival, il procuratore generale Hausner del processo ad Eichmann, stanco delle solite risposte dell’obbedienza agli ordini e di aver solo svolto al meglio il proprio lavoro, conduce l'imputato ad un’affermazione che lo smaschera; Eichmann, incalzato, così risponde:«Non potevo sottrarmi agli ordini. E non ho mai tentato di farlo». E quel «non ho mai tentato di farlo» lo inchioda alle sue responsabilità. C’era, quindi, la possibilità, la pensabilità di non obbedire agli ordini, ma Eichmann, consapevole di ciò, ha scelto comunque di obbedire.

   Sebbene con responsabilità decisamente inferiori rispetto all’alto funzionario nazista responsabile del trasporto degli ebrei nei campi di sterminio disseminati tra il 1941 e il 1945 nel cuore dell’Europa, tuttavia, chiunque tra i membri dell’intelligence e dell’esercito israeliano ha deciso di obbedire a quegli ordini di omicidi di massa e non ha mai pensato o tentato di disobbedire, anch’egli è e sarà inchiodato alle sue responsabilità e ai relativi crimini commessi.

   A parlare dell’universo nazista e a porre un confronto è uno degli stessi intervistati che sostiene di essere andato ad Auschwitz, di aver studiato il nazismo e di credere tuttora che esso sia il male fino ad arrivare però a chiedersi:«Ma, allora, io che cosa sono?».

   Per tutta la proiezione del film, in una sala piena, non c’è stato alcun rumore; nemmeno un colpo di tosse. Alla fine, il silenzio plumbeo è continuato. Ed anche l’immobilità. Nessuno riusciva od osava alzarsi dalle poltrone. Quando i primi spettatori si sono alzati, alla fine dei titoli di coda, tutti ci si è indirizzati verso l’uscita, lentamente, ancora in un silenzio inviolato, come in un corteo funebre.

 

 

 

 

Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati

 

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