Battiato senza Battiato
- Maria Antonietta Nardone

- 28 feb
- Tempo di lettura: 5 min

FRANCO BATTIATO – IL LUNGO VIAGGIO
di Renato De Maria
con Dario Aita, Simona Malato, Elena Radonicich, Giulio Forges Davanzati, Ermes Frattini, Nicole Petrelli, Joan Thiele, Francesco Giulio Cerilli
Come sostengo da tempo è difficilissimo dedicare un film alla biografia di un artista cercando di cogliere vita, arte e lampo creativo e renderlo in una maniera non solo credibile, ma soprattutto compiuta.
In questo Franco Battiato – Il lungo viaggio diretto da Renato De Maria ci sono alcuni aspetti belli e toccanti e altri – la maggior parte, purtroppo – che ho trovato incongrui se non addirittura irritanti.
La vita di Battiato è seguita per scorci e sbalzi dal momento in cui si ruppe il naso da ragazzino, in Sicilia, fino al 1996, anno di pubblicazione de La cura. E, quindi, dall’esistenza ristretta a Riposto agli anni della sperimentazione a Milano, e l’uso del sintetizzatore, i primi album, i rapporti con i dirigenti discografici, le amicizie, gli incontri d’amore, le meditazioni, la crisi, la decisione, a tavolino, di fare musica commerciale e, quindi, successo e soldi.
Dirò subito quello che mi è piaciuto. Alcune immagini dell’Etna, circondato da picchi innevati e sferzato da un forte vento, con l’inseguimento di una figura con mantella e cappuccio, che a me ha ricordato le mantelle dei monaci kagyupa (tra i quali ci sono Naropa, Marpa e Milarepa), i più esoterici, e che mi ha immesso in un paesaggio himalayano, da me personalmente conosciuto, e mi ha fatto sentire sia il freddo sia il suono di quel vento; ho sentito quelle altezze e mi sono ritrovata in quelle altezze. Ecco, se si fosse proseguito su questa linea onirica e simbolica, con questa forza visiva, ed un adeguato approfondimento tematico, magari il film avrebbe avuto una riuscita ed una compiutezza diverse. Purtroppo, gran parte del film, non riesce a trasmettere quella forza (visiva) lì, quelle altezze (spirituali) lì.
Poi mi sono piaciuti gli interni e le vedute da Villa Grazia a Milo, la recitazione di Dario Aita (Franco Battiato) e Simona Malato (la madre Grazia).
Più numerosi gli aspetti che non mi sono piaciuti. Chi non conosce già la vita, gli amici, i collaboratori di Battiato fa fatica a capire che Ombretta sia Ombretta Colli, Giorgio, Giorgio Gaber, Juri, Juri Camisasca (amico strettissimo e coautore di più canzoni non solo Nomadi), Fleur Jaeggy, all’epoca sposata con Roberto Calasso, ma soprattutto la magnifica scrittrice de I beati anni del castigo. Una Jaeggy, coautrice de Le aquile – e che nel film non viene nemmeno menzionato – che viene ritratta come una spasimante che non riesce a conquistarlo perciò si accontenta di essergli amica. No, dico; una scrittrice del calibro di Fleur Jaeggy, che ha una delle prose più chirurgiche e cristalline della letteratura italiana, presentata come una innamorata non corrisposta che si accontenta di stargli accanto come amica. Mah! Mi è sembrato comunque offensivo.
I dirigenti delle case discografiche, i manager ecc. sono macchiettistici nei gesti, negli accenti milanesi caricati e nelle mentalità grottescamente ristrette. Per non parlare dello stereotipo della gelosia tra donne: Giuni Russo che guarda Alice in televisione cantare Per Elisa mentre “il maestro” non ha ancora scritto per lei alcuna canzone. Milva, poi, non pervenuta. Le varie fasi artistiche non si capisce da che cosa siano spinte e/o originate. Anzi, talune spiegazioni vengono affidate a Battiato stesso che si muove nella sua quotidianità come un guru sempre pronto a sciorinare frasi sentenziose che illustrerebbero il suo percorso spirituale. E allora, ovunque, in qualsiasi situazione, ecco che il nostro lancia i suoi convincimenti esistenziali e filosofici. E vengono calati così, come noccioline, ma con intenti sublimamente rivelatorî senza che si nomini (eccetto Yogananda) nessuno dei grandi maestri dell’appartato di Milo, come Guénon, Gurdjeff, Ramana Maharshi (da dove viene il Chi sono?), i sufi, il buddhismo tibetano, la religione hindu ecc. Siamo al limite del ridicolo. Così come il grande tema del viaggio che viene liquidato con un «mi piace viaggiare» (sic!).
Battiato, inoltre, non ha mai rinnegato nulla del suo percorso musicale, né la musica sperimentale ed elettronica né le canzoni della fine degli anni Sessanta. Quindi se la battuta:«È musica vecchia, come Nilla Pizzi» vuole essere una battuta ad uso e consumo dei dirigenti discografici, ok, prendiamola per quello che è: una battuta. Non certo, una palinodia.
Del tutto assente il dialogo e la complicità intellettuale che Battiato ha avuto con figure maschili più o meno mature (Karlheinz Stockhausen, Manlio Sgalambro, Gabriel Mandel, Guidalberto Borlomini) che è stata una costante nella sua esistenza, e dove ha potuto esperire un confronto con dei padri intellettuali da lui stesso scelti quasi a voler sciogliere così un conflitto paterno mai ricomposto nella sua vita reale. Mentre figure come Antonio Ballista e Giusto Pio vengono ritratti solo in una (per me incomprensibile) versione comica.
L’uomo Battiato non ha mai un’arrabbiatura o un comportamento “sbagliato”. Viene completamente elusa la pratica dell’errare – in senso stretto e in senso figurato – e al massimo l’uomo può essere considerato un “eccentrico”. Nessuna ombra, nessun contrasto serio od insanabile – eccetto il rifiuto e disprezzo del padre. Da un certo punto in poi sembra che tutto fili liscio e senza inciampi. Ma i percorsi spirituali non filano lisci e senza inciampi, anzi; sono disseminati di periodiche “notti oscure” dell’anima. E questo Battiato lo ha apertamente espresso in canzoni come L’ombra della luce e Le sacre sinfonie del tempo, solo per citare le prime due che mi vengono in mente. Tutto si riduce ad un’aneddotica incapace di cogliere la complessità e l’inafferrabilità di un artista quale è stato Franco Battiato. Incapace di coglierne lo straordinario talento e l’umana, umanissima umanità.
La sceneggiatura firmata da Monica Rametta diventa un collage di pensieri e sentenze che semplificano e banalizzano, privilegiando soprattutto la relazione con la madre (a tratti, asfissiante) piuttosto che la vastità delle sue relazioni ed influenze culturali e spirituali.
La regia di Renato De Maria ondeggia tra una volontà di introspezione (in pochi frammenti) e il racconto di alcuni tratti di vita che risentono di una medietà artistica tipicamente televisiva. Inoltre le canzoni cantate per intero (L’era del cinghiale bianco, Centro di gravità permanente, Cuccuruccù e Bandiera bianca) sembrano quasi un passaggio obbligato da offrire allo spettatore per orientarsi e suppliscono ad un approfondimento dell’artista tout court.
Le interpretazioni: Simona Malato, che impersona la madre Grazia, è l’attrice che mi ha emozionato di più.
Bravissimo Dario Aita che evita qualsiasi imitazione esteriore ed è capace di evocare Battiato con gesti misurati e con lievi cadenze ed inflessioni dialettali così riuscite da emozionarmi ogni volta che le ha usate. Inoltre, tutte le canzoni sono interpretate da lui, compresa Stranizza d’amuri cantata solo con chitarra e voce.
Non so, forse è prematuro fare un film sulla vicenda esistenziale ed artistica di Franco Battiato. Non lo so. Certo è che questa operazione a me non sembra riuscita. Non mi ha convinto. Mi auguro, tuttavia, che qualcuno sappia esprimere artisticamente (cinema, letteratura, teatro ecc.) il percorso esistenziale, artistico e spirituale di uno dei più originali e “vasti” artisti italiani del suo tempo, considerata l’ampiezza di tradizioni e culture, unica nel suo campo.
E mi sento di suggerire il suo stesso film Attraversando il bardo – Sguardi sull’aldilà (2014) e l’intervista che Battiato fa a Raimon Panikkar, il grande teologo e pensatore di padre indiano e madre spagnola, che tanto ha contribuito ad un effettivo incontro tra le religioni. Ascoltare il loro dialogo è un piacere dell’intelligenza e dell’anima. Guardare lo scintillìo nei loro occhi e l’ironia e l’allegria che interpuntano le loro parole, è privilegio raro.
(4 febbraio 2026)
Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati

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