Attraversando il deserto
- Maria Antonietta Nardone

- 4 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min

SIRĀT –
di Óliver Laxe
con Sergi López, Bruno Núñez Arjona, Tonin Janvier, Jade Oukid, Richard Bellamy, Stefania Gadda, Joshua Liam Henderson
Mamma mia, che film! Ha avuto su di me un tale impatto che ho dovuto aspettare un po’ prima di riuscire a raccogliere sensazioni e pensieri su quanto appena visto.
Già le inquadrature iniziali sono originalissime. Casse nere sistemate in mezzo al deserto, in Marocco. Casse nere spruzzate di sabbia rossa, montate da mani forti ed esperte. Inizia un rave. Intorno, sono parcheggiati camion, camper, caravan, pick up, jeep, furgoncini. Tra questi si aggira Luis, assieme al figlio Esteban, mostrando un volantino con una foto della figlia Mar. Sono cinque mesi che è sparita, senza averne più notizie. E lui la sta disperatamente cercando.
Padre e figlio domandano a più partecipanti se l’hanno vista mentre il rave prosegue con le sue danze ossessive e la sua musica elettronica. Il mattino successivo, con una mossa azzardata, i due si trovano a vivere un’avventura con un gruppetto di ravers, intenti raggiungere il luogo di «un’ultima festa» dove potrebbe trovarsi la figlia scomparsa.
Non avevo mai visto al cinema coloro che partecipano ai raves dall’interno: le loro relazioni, i loro sentimenti ecc. Iniziamo così a conoscere Tonin, Jade, Bigui, Josh e Stef; un gruppo di sradicati (dei veri e propri déracinés) che ha ricreato una nuova famiglia. Vediamo la condivisione di quanto si ha (tutto, dal cibo all’acqua, dalla benzina alle sostanze alteranti). Vediamo una capacità di affetto e comprensione priva di qualsiasi salamelecco. E un senso della cura che nasce (o rinasce) ed avvolge tutti.
Il sole abbacinante, i sassi aguzzi, le nuvole incolori o le tempeste di sabbia, i sentieri tortuosi e pericolosi dell’Atlante, i percorrimenti notturni in un nowhere quasi del tutto privo di umani. Sembra uno scenario post apocalittico che questi nuovi avventurieri si mettono ad attraversare. E, in questo attraversamento, è come se la fine del mondo non solo sia già avvenuta ma sia già abitata – intendo vissuta. Come viene esplicitamente detto in una battuta. E che questa fine, in fondo, sia la vera perdita al di là delle perdite individuali.
Inizia anche il viaggio sensoriale dello spettatore. Il film è girato in un modo che ti fa sentire in macchina o in camion con i protagonisti. Lì, a sentire le asperità e le sdrucciolate delle piste, ad ogni sobbalzo, a sentire la sabbia negli occhi o quella che offusca la vista, il calore, l’arsura, lo spaesamento.
Chiunque sia stato in piste di deserto o sentieri di montagna, si ritrova improvvisamente lì. Qualità immersiva raggiunta grazie al modo di girare e ad una musica non meno ipnotica di quegli spazi senza confini. E si sperimenta come il deserto, la montagna, l’oasi abbiano una bellezza tanto ammaliante quanto feroce.
Le immagini scorrono finché il film, d’un tratto, diventa altro. La tragedia è dietro l’angolo, ma non è solo questo.
Il titolo di questa pellicola, Sirāt, allude, nella religione islamica, sia alla via spirituale, alla retta via spirituale da seguire in vita, sia al ponte più o meno sottile che, il Giorno del Giudizio, le anime attraversano: chi ha peccato precipiterà nell’inferno, chi ha seguito la retta via raggiungerà il paradiso.
Un film, quindi, che si sviluppa in un modo e poi, dopo l’uso dell’LSD, diventa altro. Mi fermo qui e non vado oltre per non rovinare la sorpresa: la spiazzante e turbante sorpresa.
Ma almeno, che possa dire, senza svelare troppo, che c’è un’altra lettura oltre a quella spirituale. La violenza della guerra, difatti, la violenza della storia non risparmia nessuno, nemmeno chi vuole chiamarsi fuori dal mondo e vivere una vita senza radici e senza costrizioni. E non basta spegnere la radio per sfuggire ad un mondo intriso di scontri e guerre diffuse.
Oppure, un’altra possibile lettura è che tutta questa parte di film sia un viaggio lisergico, un simbolico attraversare il deserto, prima di approdare alla salvezza. Una salvezza da sopravvissuti; sopravvissuti ad una guerra o ad un’avventura insidiosissima – come è anche l’avventura dell’intera esistenza di ogni individuo.
Insomma, un film che, dopo lo stordimento, porta a riflessioni profonde sulle nostre esistenze abitate dal sacro, dalla violenza, dalla perdita, dalla tragedia, così come anche da sentimenti d’amore e di comprensione.
La regia di Óliver Laxe, che firma la scabra sceneggiatura assieme a Santiago Fillol, è tanto potente quanto incantatoria. Forse mi sarebbe piaciuto conoscere un po’ di più le esistenze dei ravers, ma comprendo che il focus, per il regista, fosse altro. Memorabile la scena di Tonin che canta Le Déserteur di Boris Vian col suo moncherino a mò di muso di maiale o la scena della danza incantatoria di Jade nel deserto quasi bianco.
La fotografia di Mauro Herce e le musiche di Kangding Ray sono parte integrante della storia; anzi sono protagonisti a tutti gli effetti. La musica techno («che non si ascolta, si balla»), inoltre, porta ad una trance collettiva, quasi una regressione tribale, che avvicina alle radici del sacro; e il sacro, l’apparizione del sacro nelle nostre vite, è noto come sia sempre terrifica e terrificante.
Le interpretazioni sono tutte bellissime. Sia i non attori Tonin Janvier (indimenticabile), Jade Oukid (magnetica), Stefania Gadda (ambiguamente materna), Richard Bellamy (sardonicamente efficacissimo), Joshua Liam Henderson (irresistibilmente simpatico); il bambino Esteban, incarnato da Bruno Núñez Arjona, è molto fresco e naturale. Sergi López è bravissimo nel rendere tutte le emozioni e i sentimenti di Luis, padre colpito oltremisura e, allo stesso tempo, uomo che non smette di andare avanti.
Il film, che ha vinto il Premio della Giuria al Festival di Cannes 2025, è un’esperienza possente che scuote sensi e nervi; un'esperienza che non si lascia dimenticare.
Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati

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