top of page

Si può fare giustizia?

  • Immagine del redattore: Maria Antonietta Nardone
    Maria Antonietta Nardone
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 3 giorni fa

(Foto della locandina presa dal web)


IL CASO 137

 di Dominik Moll

 con Léa Druker, Jonathan Turnbull, Mathilde Roehrich, Sandra Colombo, Guslagie Malanda, Stanislas Menhar, Côme Péronnet, Sòlan Machado-Graner, Florence Viala

 

 

Che bel film è Il caso 137 (Dossier 137) diretto da Dominik Moll! Bello ed inusuale. A Parigi, nel dicembre 2018, in una delle proteste dei cosiddetti “gilet gialli”, viene ferito gravemente alla testa un giovane di vent’anni, Guillaume Girard. L’indagine per scoprire chi e in quali circostanze abbia ferito il giovane viene affidata al comandante dell’IGPN (Inspection Générale de la Police Nationale), Stèphanie Bertrand. L’indagine parte tra più difficoltà, tra cui, le maggiori sono portate dai suoi stessi colleghi poliziotti, reticenti – quando va bene – se non sdegnati che un poliziotto indaghi su un altro poliziotto. Del resto il proiettile proviene da un flash-ball in dotazione alla polizia francese.

   Parallelamente all’indagine che il comandante Bertrand attua assieme ai suoi collaboratori, Benoit e Carole, si entra anche nell’esistenza quotidiana di Stéphanie, separata, con un figlio di quindici anni, Victor, che le chiede perché i poliziotti siano così disprezzati, mentre, quando è libera, si concede dei momenti di evasione giocando a bowling.

   Mano a mano che si procede nell’accertamento dei fatti vediamo anche la frattura che si è verificata tra la società civile e le forze dell’ordine, con i cittadini che hanno perso ogni fiducia in esse nonostante il trauma condiviso alla strage del Bataclan. 

   Vediamo anche come il caso che il comandante Bertrand segue diventi quasi un’ossessione personale, come a dire che senza un radicato senso della giustizia, non si può perseguire e far rispettare alcuna legge.

    E così, a poco a poco, emergono le pressioni all’interno delle varie gerarchie della polizia; vengono mostrate le ambiguità, le impunità, il potere nascosto delle istituzioni od anche dei sindacati corporativi in uno stato democratico europeo e in questo primo quarto del Ventunesimo secolo e lo si fa senza enfasi e senza scene melodrammatiche.

   Anche il modo di girare di Moll, ad esempio, la sequenza delle foto con il sonoro degli scontri in sottofondo, è molto efficace a rendere la brutalità di quegli scontri e l’impunità garantita delle rappresaglie. Così come nella sovrapposizione di volti e dati, nei campi e controcampi degli interrogatori, nei due splendidi ed originali pedinamenti (della cameriera dell’hotel o dei Girard nel supermercato di Saint Dizier).

   Certo, quelle facce da tolla dei due poliziotti della BRI (Brigade de Recherche et d'Intervention) rilasciano dichiarazioni da far ribollire di rabbia e ribellione anche lo spettatore più compassato.

    Bellissimo e allo stesso tempo tremendo è il dialogo tra il comandante Bertrand e la sua superiora in cui Stéphanie rivendica la forza e la spinta di più prospettive, e non di una sola. E come l’imparzialità di disamina e di giudizio possano avvenire proprio quando si ha la possibilità di guardare i fatti da più e diverse prospettive. Ma il potere, nelle sue gerarchie più alte, schiaccia il singolo e la sua sete di giustizia.

   Amarezza, rabbia, e dolore, tanto, tanto dolore esplodono nella scena finale – che non rivelo.

   Forte di una sceneggiatura solida e raffinatissima, firmata dallo stesso regista, Dominik Moll, e da Gilles Marchand, che mantengono la scrittura asciutta e compatta, il film illumina le più umane esigenze di giustizia di fronte ad una violenza inaccettabile ed i poteri istituzionali che hanno, invece, una sola volontà: proteggere se stessi e i suoi rappresentanti. Getta uno sguardo lucido e allo stesso tempo coinvolto su queste dinamiche spurie tra un’ineludibile domanda di giustizia e la difesa corporativa di chi detiene qualsiasi forma di potere.

    Del resto avevo già enormemente apprezzato il film precedente di Moll, il bellissimo La notte del 12 (2022), dove indagava, allo stesso tempo, in una comunità di provincia e nel nucleo investigativo di Grenoble con una prospettiva sui caratteri dei vari investigatori del tutto inedita e profonda.

   I film di Moll credo che debbano molto a Rosi, Petri, Damiani (su come funzionino determinati sistemi di potere anche nelle democrazie) o al Bellocchio de Sbatti il mostro in prima pagina (riguardo soprattutto alle manipolazioni di qualsiasi potere sia quello della stampa o quello delle forze di polizia come in questo film).

   Splendida la scelta di attori tutti bravissimi: Jonathan Thurnbull che fa Benoit, lo stretto collaboratore del comandante Stéphanie Bertrand; Côme Péronnet, che impersona lo sfortunato Guillaume Girard e Sandra Colombo che dà corpo al dolore di sua madre Joelle; fino all’eccellente Guslagie Malanda, la cameriera di un grande hotel, che fa una donna consapevole delle reali forze di potere in campo (a quali versioni si crede di più a quelle degli abitanti delle periferie o a quelle dei poliziotti?), con quel suo volto che nasconde il mistero e la sofferenza dell’esistenza, attrice già ammirata in Saint Omer (2022) di Alice Diop, e che ha un volto che buca letteralmente lo schermo. Infine Lèa Druker incarna un personaggio, il comandante Stèphanie Bertrand, che resterà impresso per la tenacia della sua azione, per la probità del suo pensiero e della sua condotta, per la fiducia nella possibilità di fare la differenza tra l’amministrazione della forza e il suo deragliamento, fatto di soprusi, abusi e violenze inopinatamente lesive. Una silfide d’acciaio e di dolcezza che ci regala un’interpretazione magnifica per efficacia e sobrietà recitativa.

   «Che mortificazione chiedere a chi ha il potere di riformare il potere! Che ingenuità! È la confessione di una sconfitta» chiosava amaramente Giordano Bruno nel Sedicesimo secolo nel film Giordano Bruno di Montaldo dopo aver prestato servizio presso i re di Francia, d’Inghilterra e gli Asburgo. E questo vale anche per chi tenta di correggere i soprusi  perpetrati dalle forze dell’ordine e di assicurarsi che «l’uso della violenza sia necessario e proporzionato» pensando così di riformare dall’interno un sistema di potere.

   «Siamo la polizia della polizia» afferma Stéphanie. Ma ciò è possibile? È concretamente praticabile?

   «Se difendere la legge significa difendere chi sbaglia, come si può fare giustizia?» si interroga in un altro momento.

   Questa domanda resta lì, aperta e sempre risorgente davanti ad ogni ingiustizia (e/o reato) commesso dai rappresentanti delle forze dell’ordine. E inchioda i cittadini alla propria impotenza e alla propria sconfitta.

 


 

Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati

Commenti


© Copyright

Hit counter

Tel. 123-456-7890  I  Fax: 123-456-7890  I  info@mysite.com

© 2023 by Name of Site. Proudly created with Wix.com

  • Facebook App Icon
  • Twitter App Icon
  • Google+ App Icon
  • Instagram App Icon
  • LinkedIn App Icon
RSS Feed
bottom of page