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È il voler giudicare che ci sconfigge

  • Immagine del redattore: Maria Antonietta Nardone
    Maria Antonietta Nardone
  • 5 gen
  • Tempo di lettura: 4 min
(Foto della locandina presa dal web)
(Foto della locandina presa dal web)

NORIMBERGA –

 di James Vanderbilt

con Russell Crowe, Rami Malek, Michael Shannon, Richard G. Grant, Leo Woodall, John Slattery, Colin Hanks, Lotte Werbek, Andreas Pietschmann,

 


Quando appresi che il film Norimberga, diretto da James Vanderbilt, si era basato sul romanzo The Nazi and the Psychiatrist di Jack El-Hai, dissi a me stessa che, finalmente, avrei potuto vedere il primo processo di Norimberga (svoltosi dal 20 novembre 1945 al 1° ottobre 1946) da una nuova ed intrigante prospettiva: quella del dialogo tra Hermann Göring e lo psichiatra dell’esercito statunitense Douglas Kelley prima e durante l’istruzione del processo ad opera del procuratore Robert H. Jackson e delle quattro potenze vincitrici: Stati Uniti d’America, Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, Regno Unito e Francia.

   Insomma, ero a dir poco curiosissima. Purtroppo sceneggiatura e regia hanno optato per un effetto-spettacolo – nemmeno poi tanto raggiunto – che ha letteralmente depotenziato le grandi potenzialità di indagine psicologica e di interrogazioni storiche e morali che quest’opera cinematografica avrebbe potuto avere.

  Non parlerò di alcune inesattezze storiche (l’arresto di Göring che in realtà si consegna ad un suo pari dell’aviazione e non ad un soldato di fanteria, o il fatto che la moglie e la figlia del Reichsmarschall soffrissero letteralmente la fame ecc.) o di alcune incongruità come l’assenza totale del procuratore russo e di quello francese, perché non è questo che mi preme far notare; quello che mi stupisce è la superficialità. Sì, sceneggiatura e regia non vanno mai a fondo, e, nonostante le battute dei vari personaggi sembrino talora risultare brillanti, danno sempre l’idea di un abbozzo, di una totale incompiutezza e non portano mai a comprendere la gravità di quanto avvenuto nei dodici anni del Terzo Reich né esprimono una reale interrogazione del male – così come ambisce a fare proprio lo psichiatra Kelley.

   É questo il punto debole del film che non riesce ad esprimere l’orrore del regime nazionalsocialista eccetto quei quattro minuti scarsi in cui immagini e video di repertorio della liberazione dei campi di sterminio (in cui furono annientati quasi sei milioni degli ebrei d’Europa assieme a rom, sinti, oppositori politici, omosessuali, malati psichici ecc.) che squarciano le parole e le impossibili difese della figura nazista più potente ed influente dopo Hitler. Dirò di più: mi è sembrato che i filmati d’archivio siano stati messi lì a portare un orrore ed un pathos che il film non ha. Insomma, una scelta puramente strumentale che ho trovato urtante per non dire offensiva.

    E non basta la calzante citazione finale da R. G. Coolingwood «l'unico indizio su ciò che l'uomo può fare è ciò che l'uomo ha fatto» a rendere riuscito un film che non lo è affatto.

   L’arresto di Göring, le preoccupazioni giuridiche per indire un processo ai gerarchi nazisti con una legislazione internazionale non ancora esistente, l’allestimento della sala del tribunale, gli incontri tra lo psichiatra, che sembra subire il carisma del suo “paziente”, e il prigioniero nazista mai domo, le celle, i retroscena tra le varie parti del processo, i giochi sporchi ecc. scorrono per due ore e mezza senza colpire, senza climax e senza alcuna volontà di approfondire temi quanto mai delicati ed urgenti.

   L’abisso, me lo devi far sentire, altrimenti è solo schiuma. Schiuma che svanisce nell’animo dello spettatore appena compaiono i titoli di coda.

   Più incisivo il discorso di Kelley alla radio, su come il male non sia fatto arendtianamente da mostri bensì da esseri umani come tutti noi e che viene liquidato dal conduttore radiofonico come un sentimento antiamericano. Più incisivo e più contemporaneo: come a dire che anche gli Stati Uniti e i paesi cosiddetti occidentali hanno in sé questa ombra (junghianamente parlando) che, se non riconosciuta, ed integrata alla coscienza, può tornare ad operare di nuovo.

   Quanto accade avviene perché c’è la volontà che accada e perché c’è chi consente ed acconsente che accada.

   La sceneggiatura, firmata dallo stesso regista Vanderbilt, perde spinta e mordente proprio quando inizia il legal drama ossia il processo vero e proprio.

   La regia mi è parsa piatta, statica, incapace di profondità o di guizzi (la scena di Hess catturato e picchiato dai contadini scozzesi ha un tono comico del tutto fuori luogo). Per non parlare della scelta di taluni sottofondi musicali emotivamente (e furbescamente) ricattatorî. L’atmosfera cupa, gli ambienti claustrofobici, i colori scuri, i tanti primi piani sono scontati così come taluni personaggi che corrono vorrebbero suggerire una dinamicità che il film non ha.

   Gli interpreti, seguendo una regia retorica, danno ai rispettivi personaggi tratti rigidi, senza alcuna evoluzione, quando non sono del tutto caricaturali (e penso ai gerarchi Streicher, Ley, Hess). Michael Shannon, nella parte del procuratore Jackson, e Richard E. Grant, nella parte del procuratore britannico David Marwell Fyfe, sono i più bravi e persuasivi. La recitazione caricata e con occhi sbarrati e/o strabuzzanti di Rami Malek nel ruolo del dottor Kelley non mi ha convinto per niente. E poi, andiamo, uno psichiatra che lascia trasparire tutte le sue reazioni emotive con l’individuo esaminato, uno psichiatra che non controlla le proprie emozioni, ma che psichiatra è?

   Russel Crowe è convincente nel suo aspetto seduttivo di grande narcisista, di ex potente che studia ed annusa la preda; nemmeno per un attimo, però, mi ha trasmesso il terrore per le atrocità commesse anche grazie ai suoi ordini regolarmente firmati. Il confronto con il Göring di Brian Cox nella miniserie televisiva Il processo di Norimberga di Yves Simoneau (2000) è impari; Cox, difatti, è stato capace di incarnare i vari aspetti del criminale nazista con un’interpretazione piena di sfumature e contrasti.

   Evito qualsiasi accostamento al film Vincitori e vinti di Stanley Kramer (1961), sul terzo dei dodici processi a Norimberga, per non infierire.

   Comunque, questo film mi ha portato a questa considerazione: chi vede il male altrui quanto è disposto a vedere e riconoscere il proprio?

   E mi ha riportato alla mente una frase del colonnello Kurtz nel suo monologo finale in Apocalypse now, su che cosa significhi l’orrore e sulla pretesa di chi non lo conosce a darne invece un giudizio:«Poiché è il voler giudicare che ci sconfigge».

 


 

Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati

 

 

 



1 commento


Luciana Capitolo
Luciana Capitolo
05 gen

Grazie. Non ancora visto...

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