Il varco che salva
- Maria Antonietta Nardone

- 10 feb
- Tempo di lettura: 5 min

HAMNET – NEL NOME DEL FIGLIO
di Chloé Zhao
con Jessie Buckley, Paul Mescal, Emily Watson, Joe Alwyn, Jacobi Jupe, Olivia Lynes, Noah Jupe, Bodhi Rae Breathnach
Magnifico! Ho appena visto un film magnifico e toccante. Chloé Zhao, con il suo Hamnet – Nel nome del figlio ci immette nella vita di William Shakespeare prima che diventi lo William Shakespeare autore di opere immortali. Ci immette in un villaggio inglese, Stradtford-upon-Avon, verso la fine del XVI secolo, dove un giovane istitutore che insegna latino, Will, figlio di un guantaio prepotente e violento, vede una giovane falconiera, Agnes (Anne Hathaway), che si muove fiduciosa e sicura nel bosco più fitto e misterioso. È un’apparizione. Si innamora all’istante di questa giovane insolita e fiera. Nonostante la contrarietà delle rispettive famiglie, i due si sposano e formano la loro famiglia che si arricchisce con la nascita di tre figli, Susanna, e poi, i gemelli Hamnet e Judith.
La loro è una storia d’amore tra due persone totalmente diverse uno dall’altra; timido, ma con un mondo interiore ricchissimo – che lei “coglie” sentendogli la mano – lui; diretta, libera, «col cuore aperto», in contatto profondo con la natura, gli alberi, le loro radici, le erbe, con la terra ctonia, lei. Capace di comprendere il tormento e l’inquietudine di lui, e, per il suo bene, di spingerlo a trasferirsi a Londra, dove può dedicarsi alla scrittura e alle messinscene delle sue commedie.
Quando Will torna a Stradtford, la famiglia ricomposta può gioire di una vita quotidiana fatta di incombenze domestiche, ma anche di giochi e risate. Alcune inquadrature dall’alto verso il basso suggeriscono come un fato che incombe su questa felicità famigliare.
E la tragedia, la paura più grande che può afferrare un genitore, purtroppo, diventa realtà. Davanti alla morte di un figlio, davanti ad un simile strappo, ogni genitore ha una reazione, non solo imprevedibile, ma soprattutto diversa. E, non è detto, che l’uno comprenda la reazione dell’altra, e viceversa. È noto che molte coppie, dopo un lutto così devastante, si separino. Anche Will e Agnes hanno reazioni diversissime. Le vedrete. Quello che mi preme sottolineare è come il dolore, il dolore più inspiegabile ed insopportabile possa essere intrecciato ad un potentissimo slancio creativo che permette ad ogni artista, e figuriamoci ad un drammaturgo della levatura del Bardo, di farne un’opera capace di far sentire, dall’interno, quello stesso dolore provato con una forza moltiplicata e catartica. Insomma, l’opera d’arte è l’elaborazione del lutto riuscita di un artista.
Le scene finali, a teatro, al mitico Globe, quando viene rappresentato Hamlet, sono intensissime e rivelatorie oltre che bellissime. E sono estremamente salutari per Agnes, in tanti momenti; a me ha colpito molto quando, alla morte di Hamlet, lei, stupita, vede il dolore nei volti delle spettatrici accanto a lei, ed è come se in quel dolore vedesse finalmente riconosciuto il suo autentico dolore di madre che ha perso un figlio. È proprio qui che si manifesta, in tutta la sua umanissima potenza, l’azione empatica, conoscitiva e di elevamento spirituale che è propria del teatro.
Il film è tratto dal romanzo di Maggie O’Farrell, Nel nome del figlio. Hamnet, che ha immaginato la possibile origine della tragedia di Hamlet, attraverso il punto di vista di Agnes (Anne); ed è la stessa autrice a firmare la bellissima sceneggiatura assieme alla regista Chloé Zhao.
La fotografia di Łukasz Żal è ariosa e sensoriale negli esterni, quanto scura e squadrata negli interni. La scenografia di Fiona Crombe e Alice Felton si richiama al dipinto Ophelia del pittore preraffaelita J. E. Millais, e riporta tutte quelle sfumature di verde e di marrone che animano il bosco e la campagna. Mentre gli interni delle case suggeriscono più una derivazione dalla pittura olandese del XVII secolo, il Secolo d’oro.
La regia di Chloé Zhao è delicata e potente allo stesso tempo, con un’andatura classica. In questo film, che pur essendo in costume, è lontanissimo da ogni film in costume e dal rischio di un’artificiosità polverosa e paludata (grazie anche al lavoro mirabile di Małgosia Turzańska), si respira quasi il profumo del bosco, della terra, delle fronde che ondeggiano alle spinte del vento. Tutto pulsa: gli alberi, l’aria, gli animali, gli esseri umani. Si sente la carnalità della vita, dell’amore, dei parti, delle nascite – e delle morti. La regista fa proprio sentire sulla pelle stessa dello spettatore l’ineludibilità del corpo nell’esistenza dei mortali. E lo fa con una grazia ed un’eleganza entrambe enormi. E con una misura che costringe all’ammirazione.
Mi ha colpito molto la presenza del legno: che siano le radici o i tronchi di un albero, le travi e i tavoli e i letti delle case, le assi di un palcoscenico, le paratie delle scenografie teatrali o i panconi dei palchi. La presenza calda e viva del legno dove si svolgono le nostre vite, nella realtà, così come nella finzione del teatro. E poi mi hanno colpito i varchi, le soglie, le porte, le finestre, le quinte di un teatro che sempre rappresentano e simboleggiano questo passaggio tra la luce e le tenebre, tra la vita e la morte. Che sono il collegamento tra il regno dei vivi e il regno dei morti (così come quando, all’inizio, Will racconta ad Agnes la storia di Orfeo e Euridice), la discesa nel dolore e la rinascita ad una vita di nuovo piena e pulsante. Il varco tra una dimensione ad un’altra dimensione od anche la trasformazione del dolore in bellezza che “parla” ed arriva a tutti.
Gli interpreti sono tutti straordinari. I bambini, addirittura prodigiosi per naturalezza. Jacobi Jupe è il sensibile, adorabile Hamnet; Olivia Lynes è la dolce sorella gemella Judith; Bodhi Rae Breathnach è la figlia maggiore Susanna che ha un atteggiamento materno nei confronti dei fratelli più piccoli. Emily Watson non ha bisogno di presentazioni ed incarna in maniera eccelsa una Mary Shakespeare amaramente e dolentemente consapevole che il dono dei figli così come è dato può essere tolto, all’improvviso, e senza alcuna pietà. Paul Mescal, bravissimo, impersona un William Shakespeare timido e silenzioso, impaziente ed irruente, tormentato e determinato. Jessie Buckley è semplicemente strepitosa. La sua Agnes, forte e fiera, viscerale e sensitiva, amante passionale e madre piegata dal dolore, è una figura memorabile che, di fatto, sostiene drammaturgicamente l’intera vicenda narrata.
Tutto si muove, tutto cambia, tutto si modifica in questo film (situazioni, condizioni, sentimenti, comportamenti) e tutto è attraversato da una tensione (non solo, ma anche erotica) che afferra lo spettatore, dall’inizio alla fine, senza lasciarlo nemmeno per un attimo, sì che le due ore di immersione totale in questa storia intensa e straziante volano via con la velocità di un falco.
Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati
(Nel link qui sotto la recensione a Nomadland di Chloé Zhao)

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