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Happy end?

  • Immagine del redattore: Maria Antonietta Nardone
    Maria Antonietta Nardone
  • 8 mag
  • Tempo di lettura: 5 min
Photo by  Leonardo Califano
Photo by Leonardo Califano

LIETO FINE –

 testo di Franca De Angelis

 regia di Christian Angeli

con Patrizia Bernardini, Anna Cianca, Vittoria Vitiello

(Teatro Trastevere – Roma)

 

 

Che ci fanno in una specie di bunker antiatomico una sceneggiatrice, una regista ed una stagista? E che cosa sono tutti quei post-it attaccati ad una grande lavagna verde? Che appunti riproducono? Stanno forse scrivendo la sceneggiatura di un nuovo film?

   Suona la sirena antiaerea. Non si potrà uscire fino alla fine dell’allarme. Intanto si odono suoni di esplosioni. Reby, la stagista, ha appena portato il caffè a Sara, la sceneggiatrice, e a Rac, la regista cinematografica. Tra una battuta e l'altra, emerge la gerarchia dei ruoli (resa in una maniera molto comica) e il legame che unisce Sara e Rac. Emerge soprattutto il motivo per cui sono rinchiuse in questo luogo. Da sessant’anni infuria una guerra che i potenti dei due paesi belligeranti non riescono a concludere. A trovare la soluzione per chiudere la guerra vengono chiamati dei creativi (una sceneggiatrice, una regista e una stagista, appunto). Così come si cercano sviluppi e soluzioni per scrivere un bel film, allo stesso modo, si possono cercare e trovare sviluppi e soluzioni per la fine della guerra (il lieto fine  a cui allude il titolo?).

   Mano a mano che la vicenda che unisce Sara a Rac si svela, non senza scontri e conflitti ancora insanati, le tre recluse propongono via via le possibili soluzioni per giungere alla fine del conflitto. E già qui sorge nello spettatore la prima perplessità: come si può pretendere di ricomporre una frattura tragica come la guerra quando non si è capaci di ricomporre nemmeno uno strappo famigliare che dura oramai da trent’anni?

   Tra battute molto godibili, soprattutto quelle su alcuni film e registi molto noti, si arriva davanti ad un dilemma che sembra ineludibile: si può decidere di sacrificare un numero circoscritto di individui (e i bambini sono gli individui più imbellamente compiuti che possano esistere) per salvare la vita di milioni di persone? Chi può arrogarsi questo diritto? E questa strategia di guerra, poi, funziona, ha funzionato in passato, funzionerà in futuro? Lo spettacolo darà alla fine le sue risposte che in un primo momento sembrano aperte, ma che a me sono parse invece chiuse, chiusissime.

   Può una strategia narrativa essere equiparata ed adottata come una strategia di guerra? Far morire un personaggio è equiparabile a far morire una persona? Ciascun spettatore darà infine la propria risposta. Quello che mi ha colpito, in questo testo bruciantemente attuale di Franca De Angelis, è che la soluzione di cotanto problema (la fine della guerra) venga affidata a dei creativi i quali, una volta entrati però in una ratio di guerra, perdono la forza della loro stessa creatività, ossia la capacità di costruire mondi immaginari che svelano la sostanza stessa dell’uomo e del suo sentire, per diventare, sia pure inconsapevolmente, autori di distruzione di qualsiasi mondo, vivo, reale o immaginario.

   La potenza creativa può arginare o sconfiggere la potenza distruttrice? E più ancora che una pervicace inconciliabilità tra le due potenze antitetiche, a me sembra che la potenza distruttrice sappia usare e manipolare con incomparabile astuzia la potenza creatrice mentre la cosa non avviene al contrario. O, a dir meglio, con le parole di Kafka:«Il male conosce il bene, ma il bene non conosce il male». Una disconoscenza che condanna il bene ad una puerile ingenuità incapace di contrastare consapevolmente il male.

   Dietro la spassosità di tante battute e l’apparente leggerezza dei toni, l’autrice ci ha messo davanti agli occhi e alle coscienze un testo duro, durissimo (nonostante le continue risate in sala), quasi senza speranza nelle capacità salvifiche dell’Homo sapiens che si rivela, nei suoi pensieri e nelle sue azioni, feralmente insapiens.

   La regia di Christian Angeli è nitida e mantiene un bel ritmo, soprattutto dalla presentazione dei personaggi in poi, ed ha più momenti suggestivi, tra cui spicca, per poeticità, la danza che le tre protagoniste fanno cantando, alternando toni e tonalità, la struggente poesia Ninna nanna della guerra di Trilussa. Una danza infantile e tragica allo stesso tempo che innalza lo spettatore in un luogo di sospensione alata. Una sospensione umana, umanissima prima che arrivi la rivelazione (in greco rivelazione si dice apokálypsis), la cui scritta ha campeggiato per un po’ sulla lavagna del bunker.

   Molto intense ed affiatate le tre interpreti: Vittoria Vitiello che incarna Reby, la stagista, è molto efficace nel rendere le varie attitudini della tirocinante, dalle più servili alle più propositive, e nel calibrare la crescita del suo personaggio, infondendo forza ed energia a tutta la messinscena. Del resto questa giovane attrice si era già distinta nello spettacolo Controfigura (testo di Antonello Toti, regia dello stesso Christian Angeli) interpretando compiutamente un personaggio, Milena, dalle chiare fragilità fisiche e psichiche per niente facile da interpretare. Patrizia Bernardini che dà voce e corpo a Sara, la sceneggiatrice, trascorre dal comico al drammatico con grande maestria, e delinea una gamma di sentimenti assai vasta che vanno dalla frustrazione all’amore, dalla fiducia tradita al rimpianto, dalla tenacia ad una materna capacità d’accoglienza; gamma innervata, spesso, da una vis comica irresistibile (i capelli «non si lavano perché lo shampoo porta via le idee»). È il suo personaggio a rappresentare la speranza, questa tensione a che si realizzi un evento positivo, questa attesa fiduciosa «in qualcosa di buono che verrà». Anna Cianca presta la sua figura nervosa e minuta a Rac, la regista dapprima burbera e dittatoriale, in realtà afflitta da profondi sensi di colpa e da una ferita che non si è ancora rimarginata, donandole una potenza tutta interiore, quindi, molto raffinata. Il pezzo dedicato alla perdita del suo amore è soffiato in una maniera toccante.

   Una delle domande fondamentali che mi ha lasciato questo spettacolo che interpella il nostro devastato presente è la seguente: chi si può arrogare il diritto di decidere sulla vita di altri individui, o, addirittura della vita e della morte di altri individui? E qui mi faccio soccorrere da William Goldwin che già nel 1793, quindi tra i primi in Europa, nella sua opera Ricerca sulla giustizia politica e sulla sua influenza su morale e felicità, sosteneva che nessun uomo ha il diritto di «comandare su altri uomini», che «qualunque forma di governo è sempre illegittima» perché è una minoranza di persone che si arroga il diritto di determinare la vita della maggioranza della popolazione, per arrivare ad  affermare che «non esistono poteri buoni».

   William Godwin, il padre di Mary Shelley; sì, la Mary Shelley che scrisse a diciannove anni Frankenstein o il moderno Prometeo. Quando l’Homo sapiens, che sia uno scienziato, un artista o un autocrate, pensa di essere Dio, ed agisce come se fosse Dio (o un Dio), la catastrofe è già avvenuta.

 

 

 

Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati

 

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