• Maria Antonietta Nardone

In memoria di un Sissy Boy


SISSY BOY (LA CONFERENZA DEL SIG. S.B.) –

di Franca De Angelis

regia di Anna Cianca

con Galliano Mariani

(Teatro Lo Spazio, Roma – febbraio 2014)

Ma che spettacolo intenso è “Sissy Boy”! Che regia limpida ed incisiva, che testo delicato e dolente, che interpretazione magnifica!

Su uno schermo a lato vediamo una mamma degli anni Settanta, sotto il casco del parrucchiere, sfogliare una rivista di pettegolezzi, e, allo stesso tempo, intrattenere una conversazione con un’altra donna, soffermandosi sui meravigliosi occhi azzurri di Ugo Pagliai – tra l’altro, questo pomeriggio, attento spettatore in sala – nel mitico sceneggiato “Il segno del comando”, chiedendosi se Lucia, l’intrigante personaggio femminile interpretato da Carla Gravina, fosse un fantasma oppure no.

È questo l’incipit folgorante di un monologo che scivola veloce e lieve sciogliendosi in un’ora e venticinque minuti di sofferenza e sorrisi, desideri dolcissimi ed altissime violenze subite.

Su un proscenio vuoto, abitato solo da due cubi, da cui usciranno bambole e barbie, da un lato, soldatini e mitragliette, dall’altro, racconta la sua storia, sotto forma di conferenza, Sergio Bello, il Sissy Boy del titolo – la parola sissy, nell’Oxford Dictionary, è così riportata:«(Tipical of) effeminate or cowardly person»; noto con stupore, e non solo filologico, l’accostamento di persona effeminata a persona vigliacca. Mah! Comunque sta a significare, in tono dispregiativo, un “maschio-femmina”.

È un bambino, è solo un bambino, Sergio, quando si scopre a giocare con le barbie della sorella, a preferire la poesia ai giochi maneschi del fratello maggiore, ad adorare Maga Maghella e la sua ingenua canzone, sigla finale di una “Canzonissima” del 1971. Ed è proprio questa sua passione per Maga Maghella a spingerlo ad indossare il suo costume di maga e a ballare e cantare davanti a tutta la famiglia. Questo suo exploit, involontariamente rivelatorio, preoccupa molto la madre, la quale, venuta a conoscenza di un dottore capace di curare comportamenti effeminati, tale dottor G. di Bologna, penserà bene di portare il figlio da lui, per “correggerlo” in tempo. Le scene delle sedute in cui Sergio è lasciato da solo nello studio dello psicologo, osservato dal medico e dalla stessa madre, attraverso uno specchio come quello delle sale degli interrogatori di un posto di polizia, direi anzi “sorvegliato e punito”, mentre, credendosi libero, gioca contento con le barbie più in voga o all’ultimo grido, sono bellissime e struggenti.

Dopo venti mesi, il bambino non è più un “maschio-femmina”, non gioca con le bambole; in realtà non gioca più, bensì descrive ossessivamente il perimetro del giardino, scavando metaforicamente e mentalmente, da quel momento in poi, la sua esistenza di “talpa”. Una talpa invisibile a se stessa e agli altri. Il tempo scorre. Adolescente, baciato da un suo compagno di classe, sente affiorare in sé tutta la dolcezza e la forza del desiderio, ma, all’istante, lo stomaco gli si contorce in terribili spasmi e la nausea lo sovrasta. Stessa reazione se osa mangiare il suo dolce preferito, un innocuo tiramisù. Inizia a lavorare in banca. Incontra Marcello, e con lui l’amore, un grande amore, ma strategie varie e strenue opposizioni non riescono a liberarlo dai terribili morsi allo stomaco né dalla nausea. Dovrà ritirarsi e rinunciare a questo amore. Qual è stata dunque la cura del dottor G.? Semplice: associare allo sbocciare di ogni suo desiderio più autentico, una sensazione di dolore insopportabile, con contorsioni allo stomaco, accompagnate da conati di vomito.

Sergio continua la sua esistenza di talpa, anche quando si sposa con una sua collega di banca, anche quando la moglie perderà il bambino che stava aspettando; un bambino concepito peraltro grazie all’aiuto della forza dirompente dell’immaginazione. Sergio entra infine in analisi, scopre la sua stessa sofferenza in altri pazienti; riemergono alla luce le immagini e le sensazioni di quelle lontane sedute col dottor G. e l’uomo di oggi sprofonda in quelle lontane emozioni, saltando in platea, in una specie di scatola aperta dove gli spettatori scrutano, ad altezza d’occhi, i suoi ricordi e i suoi traumi – splendida soluzione registica!

Vuole vivere, Sergio; vuole finalmente appropriarsi di una vita autentica, capace di seguire i propri sogni, i propri desideri, le proprie inclinazioni creative. Che ne è di un individuo se gli si sono tolti il sentimento, l’eros, l’amore, il desiderio? Che potrà essere mai un individuo così vitalmente mutilato? Il pozzo oscuro di una vita devitalizzata, infine, lo risucchia in un’inevitabile volontà di autosoppressione.

Lo spettacolo si chiude sullo stesso schermo con cui è iniziato e dove appare la scritta che ricorda come il testo si sia ispirato alla vera storia dell’americano Kirk Andrew Murphy, morto suicida a trentotto anni dopo essere stato in cura, appena cinquenne, presso il dottor George Rekers della National Association for Research and Therapy of Homosexuality, il quale garantiva la “guarigione” dei bambini effeminati (i sissy boys) in soli 22 mesi (sic!). Ah, infida potenza della pubblicità!

La pièce, scritta da un’ispirata Franca De Angelis, alterna patimenti a sorrisi, violenze psicologiche e sogni soffocati che continuano tuttavia ad affiorare e a riproporsi, senza scadere mai nel sentimentalismo o in un pietismo che sarebbe stato molto facile da suscitare, bensì mantenendo un tocco, una misura ed una finezza, oltre che una tenuta drammaturgica notevole, che sorprendono ed incantano – nonostante la dolorosità dei temi trattati. Questo tocco, profondo ed elegante ad un tempo, mi ha riportato alla mente l’opera “La serra” di Harold Pinter. Lì erano i matti ad essere brutalizzati dal Direttore di un istituto psichiatrico; e il dolore di quei matti era infinitamente superiore alla violenza, bruta e accademica, del Direttore Roote, così come il dolore di Sergio è infinitamente superiore alla violenza psicologica del dottor G. e dei tanti dottori G. sparsi per il globo. Un dolore purtroppo irredimibile, inscioglibile per il personaggio Sergio così come per il realmente vissuto Kirk. È la forza repressiva di una società e di una cultura che schiacciano i desideri, i palpiti, l’anima di un individuo condannandolo ad un’esistenza di disconoscimento di sé e dei propri sentimenti. Sembra quasi che gli studi di Foucault (sulle istituzioni correttive e sui sistemi repressivi, esteriori ed interiori) siano passati invano o senza lasciare durevole traccia.

La regia di Anna Cianca è trasparente, attenta a seguire con grande sensibilità il testo e l’attore, l’unico attore. Con pochi oggetti è riuscita a ricreare ambienti e tanti personaggi solo alludendo, suggerendo, evocando. A me sono rimasti impressi il suono del battito cardiaco in alcuni momenti cruciali e lo sprofondamento in platea della dimensione inconscia del protagonista, dove i giocattoli non sono più colorati, come nel racconto diurno, diciamo così, bensì grigi e neri, spenti, morti come è ormai morta l’anima di Sergio. Perché prima di puntare la pistola sulla propria tempia, prima di premere quel grilletto, Sergio, in realtà era già morto; la sua anima, nella sua interezza, nella sua libertà, nella sua autenticità, era già spenta, cinerea, morta.

L’interprete, Galliano Mariani, è e resterà memorabile. Usa tantissimi registri, tanti toni; è ora bambino, ora giovane, ora adulto con grande maestria, optando per una recitazione asciutta eppure tenerissima, capace inoltre di evocare tutti gli altri personaggi con cui entra in contatto, ma mai presenti, in carne ed ossa, sulla scena. Indimenticabile, per me, soprattutto in due momenti: quando non riesce a capire perché la mamma dopo alcune sedute dal dottor G. è fredda e non lo abbraccia più, e lui si interroga su dove può aver sbagliato (davvero straziante) oppure quando viene trascinato per mano dalla stessa mamma e noi vediamo l’attore girare attorno in quadrato, a braccio alzato, a passo affrettato, cercando di tenere il passo materno, con il corpo tutto ondeggiante e la mente del bambino che non comprende, non riesce proprio a comprendere la stizzita e furiosa reazione della donna (davvero toccante).

Né il testo, né la regia, né l’interpretazione lo dichiarano in una maniera esplicita. Ma lo spettatore, che ha assistito a questo spettacolo, però, può farlo; lo spettatore pensante è sospinto a farlo: chissà se i responsabili di simili brutalità, se i complici di simili terapie “correttive” avranno mai un sussulto, nelle loro vite – e nelle loro carriere – per il così grande e profondo male portato a creature innocenti! Chissà!


(pubblicato sul n. 44 della rivista Segreti di pulcinella e nel mio libro Fango e luce, Edizioni del Faro, 2014)


Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati




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