• Maria Antonietta Nardone

La rabbia e la vergogna



MILLENIUM BUG

di Sergio Gallozzi (liberamente tratto dal libro “Il maratoneta” di Luca Coscioni)

regia di Christian Angeli

con Galliano Mariani

(Teatro Lo Spazio, Roma)


Un uomo solo in scena. Un uomo e il suo corpo. Un uomo che dialoga con i diversi aspetti della sua personalità oppure con le istituzioni, con i comitati scientifici, con la società e con i suoi compagni di partito (i Radicali Italiani). Quest’uomo in maglietta e calzoncini da corsa si chiama Luca Coscioni ed ha appena letto la diagnosi che si è abbattuta sulla sua vita: SLA. Ossia sclerosi laterale amiotrofica; una malattia neurodegenerativa, incurabile, che gli concede dai tre ai cinque anni di vita. Questo giovane uomo di 28 anni (siamo nel 1995), professore universitario a Viterbo, consigliere comunale ad Orvieto, decide di dimettersi da ogni incarico e di vendere la sua motocicletta e il suo catamarano, strumenti di gioia e di libertà.

Se la malattia lo porterà a trasformarsi gradualmente in una pietra (si atrofizzeranno i muscoli degli arti superiori, compresi quelli atti alla parola, si paralizzeranno i muscoli di quelli inferiori), il pensiero, i sentimenti e lo spirito resteranno intatti, sia pure in un corpo che si irrigidirà sempre di più. Sarà allora una pietra, sì, ma una pietra pensante; una pietra pensante e combattente nell’oscuro paese in cui si è trovato a vivere. E se un tempo era solito correre le maratone, come quella di New York, ora la sua maratona sarà la lotta per la libertà di ricerca scientifica. In Gran Bretagna, negli Stati Uniti ed in altri paesi europei è possibile la clonazione delle cellule staminali a fini terapeutici che possono essere impiegate per cure sperimentali non solo per la SLA, ma anche per il parkinson, l’alzheimer, il diabete e certi tipi di tumore; in Italia, no, non è possibile.

Che sia il cardinale Bellarmino, consultore del Sant’Uffizio e teologo della sacra penitenzieria, già giudice al processo a Giordano Bruno (bruciato come eretico per le sue idee sul Dio infinito e gli infiniti mondi, a Roma, a Campo de’ Fiori, nel 1600), che in questa messinscena si immagina delirare contro le tesi eliocentriche di Galileo Galilei, costringendolo ad abbandonare queste tesi (la famosa abiura), o un presbitero socialista, poi folgorato sulla via dell’Olonese di Arcore, che parla tanto pomposamente quanto infondatamente di libertà, casualità e casualità della Natura, ritorna l’antico, millenario vizio di certa gerarchia cattolica di limitare, proibire, silenziare. E allora a che cosa servono, ad esempio, le scuse che papa Giovanni Paolo II fece nel 1992 per gli “errori commessi” dalla Chiesa nei secoli passati? Non sono forse queste stesse scuse ipocrite, demagogiche e sostanzialmente inutili? Sì, inutili e fuorvianti, dacché nel tempo presente quella stessa Chiesa più dedita al potere che allo spirito continua a limitare, a proibire, a vietare quelle ricerche scientifiche che, per pura motivazione ideologica, le sono indigeste. Infischiandosene, così, della sofferenza di milioni di individui colpiti da malattie genetiche e neurodegenerative.

Il dogma sembra spesso cancellare la misericordia; l’amore e la misericordia. Come se il dogma fosse più importante e più urgente dell’amore e della misericordia (e dell’intervento sulla diminuzione del dolore, aggiungerei). Sembra che il dolore debba essere solo accettato come una grazia; come una grazia di Dio. In me, al contrario – come in tantissimi altri, credo – interviene il desiderio di mitigarlo, questo dolore, di diminuirlo il più possibile (dopo averlo ovviamente accolto e riconosciuto) e non mi viene proprio questa esaltazione del dolore come un segno distintivo di una fede o di una sicura spiritualità. E voglio ricordare ai più smemorati, fedeli e non, che Gesù di Nazareth era un noto e prodigioso guaritore. Guaritore!

Per non parlare poi dell’esaltazione del martirologio! O di certe affermazioni sulla bontà della sofferenza (sic!). Eh, sì, a questo punto, davvero, Kyrie eleison (Signore, pietà), come ripete e scandisce più volte il protagonista! E quante narrazioni di questi gioiosi martirologi, che diventano successi editoriali, affollano gli scaffali concreti o virtuali delle librerie concrete o on line! Lo spazio per queste narrazioni c’è; queste voci sono ascoltate, conosciute, diffuse mentre la voce di Luca Coscioni rimase perlopiù inascoltata. Una voce che ha urlato nel deserto. La sua storia e la sua lotta civile, difatti, sono ancora misconosciute. Ma il suo impegno e la sua dignità di uomo che si è battuto perché la ricerca scientifica possa procedere a beneficio di tutti i cittadini, malati e non, ha investito il nostro tempo di un’eroica battaglia di libertà dal sapore neoumanistico. Non solo. Nella sua storia a me pare che ci sia un vero amore per la vita, un vero riconoscimento del suo incommensurabile valore, un'enorme voglia di vivere: di vivere e di guarire. E mi permetto di dire che c’è più Vangelo qui, in quest’indomabile voglia di vivere e di guarire, che non nella dottrina rigida (essa, sì, atrofizzata!) e mortificante con cui tanti “credenti” si fanno scudo solo per nascondere il desiderio di continuare ad esercitare un potere teocratico (chiamiamolo col suo giusto nome!) di forte stampo reazionario.

La discussione che si svolge da qualche tempo vede due opposte fazioni che si annullano, chiudendo, di fatto, la discussione e l’approfondimento. Mi spiego: le chiusure dei teocon nostrani contrapposte alle altrettante chiusure dei cosiddetti laici immobilizzano questo paese e lo mantengono in uno stato di non pensiero – o addirittura di pre-pensiero – e di radicato provincialismo. Si oppongono due ideologie e due propagande, che si annullano a vicenda, azzerando così ogni possibilità di dialogo e di feconda discussione. Sembra come non esserci spazio per lo sviluppo del pensiero, per tutte le implicazioni giuridiche, filosofiche, linguistiche ma soprattutto etiche ed antropologiche che le nuove “possibilità” offerte dalla scienza e dalla tecnologia permettono nella ricerca della sperimentazione genetica per scopi curativi. Peccato! Perché è di pensiero, di riflessioni, di approfondimenti, avviati da diverse prospettive, che abbiamo più bisogno, e non di opposti veti e divieti.

Il testo di Sergio Gallozzi, incentrato sulla vita di questo giovane attivista e politico italiano e soprattutto sulla sua lotta a quella malattia degenerativa che lo portò alla morte nel 2006 a soli 38 anni, ha il pregio di non diventare mai cronaca, bensì storia, sia pure una storia così vicina da non essere ancora percepita come storia. Anzi, diventa una composita ed umanissima storiografia.

Questo monologo drammaturgico, strutturato stilisticamente come un pastiche, che ruota attorno a temi urgenti ed eticamente “caldi”, di non facile né immediata rappresentazione, si è tradotto in una scommessa teatralmente vinta grazie alla regia dinamica e visionaria di Christian Angeli ed all’interpretazione di mostruosa bravura che ha in Galliano Mariani l’unico attore ad evocare più anime, più voci e più personaggi. La regia punta su un corpo che si muove, parla, urla, precipita al suolo, per poi rialzarsi di nuovo, in netto contrasto con quel terribile male che invece pietrifica chi ne è colpito, quasi murandolo dentro il proprio stesso sentire e pensare. Mentre l’attore ha la mirabile intuizione di non strafare – e il rischio c’era, eccome se c’era! – e di far arrivare a tutti gli spettatori la forza e il senso di questa battaglia, di questa lotta, che è stata una lotta solitaria, ma che riguarda tutti noi, tutti quanti noi.

Indimenticabili quei dialoghi con la sua stessa figura nello schermo-specchio, precisi al millesimo – grazie anche alla grande abilità scenotecnica – o quelle sue camminate sul tapis roulant dove è trasmessa pienamente la stanchezza fisica e l’affanno di un corpo che tradisce se stesso, ma anche la forza di un’anima che non si arrende, nonostante le delusioni, ma continua a lottare con virile, indomabile e commovente tenacia.

Quella corsa, quella lotta avrebbero dovuto essere anche la nostra corsa e la nostra lotta. Così non è stato. E la ricostruzione di come il responso che dava un parere positivo alla sperimentazione delle cellule staminali embrionali, rilasciato dalla Commissione scientifica presieduta dal premio Nobel per la medicina Renato Dulbecco, sia letteralmente sparito perfino da qualsiasi archivio dei lavori parlamentari, ci consegna la solita, vecchia Italia, codina, insabbiatrice e servile. Servile fin nel midollo più che nell’anima (questa ormai persa o spenta del tutto). La vera continuità di questa nazione, che sia pre-unitaria, unitaria o repubblicana, è il suo viscerale ed amorale servilismo. Perché, se da una parte, c’è la pressione dell’alta dirigenza cattolica, dall’altra c’è uno Stato, con le sue Istituzioni, che si trasforma in un muro di gomma contro cui, chiunque chieda giustizia o diritto alla salute e alla sperimentazione di cura, rimbalza inesorabilmente indietro. Se non è perversione questa!

Ci sarebbe di che impazzire, eppure, quest’uomo-solo-in-lotta non impazzisce, ma continua ostinatamente a richiedere legalità, diritti e libertà di ricerca scientifica.

Uno spettacolo tosto e teso, questo, che suscita rabbia e vergogna. Rabbia per l’indifferenza istituzionale, religiosa, politica e civile che ha subito Luca Coscioni e la sua impari lotta che proprio in quanto impari è risultata grandiosa; vergogna per non aver compreso appieno la portata di quel referendum del 2004 sulla Legge 40 e sulle ricerche genetiche, che è stato sbrigativamente affossato, ma che – lo ripeterò fino alla nausea – ci riguardava tutti; ci riguarda ancora tutti.

E tutte quelle scarpe da ginnastica che vediamo alla fine, come a simboleggiare la lotta di centinaia di migliaia di malati, illuminano la nostra cattiva coscienza di individui sani che pensano che quel problema non ci tocchi, solo perché né noi né qualcuno dei nostri cari è stato colpito da un’incurabile malattia neurodegenerativa. Se non è cecità, sordità ed atrofia emotiva questa!

Se questo spettacolo non scuote l’animo fin nel profondo, bè, allora vorrà dire che sono i nostri cuori ad essere diventati di pietra e la speranza di una civile convivenza non ha davvero più luogo in questa povera, anzi miserrima, patria.

Trovo doveroso concludere questo articolo con le parole limpide ed altamente spirituali dello stesso Luca Coscioni:«C’era un tempo per i miracoli della fede. C’è un tempo per i miracoli della scienza. Un giorno il mio medico potrà, lo spero, dirmi – Prova ad alzarti, perché forse cammini. Ma non ho molto tempo, non abbiamo molto tempo. E tra una lacrima e un sorriso le nostre dure esistenze non hanno bisogno degli anatemi dei fondamentalisti religiosi. Le nostre esistenze hanno bisogno di una cura, di una cura per corpi e spiriti».


Maria Antonietta Nardone© Tutti i diritti riservati


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