• Maria Antonietta Nardone

Le illusioni perdute di una stagione ribelle


LA COMUNE

di Thomas Vinterberg

con Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Martha Sofie Wallstrøm Hansen, Helene Reingaard Neumann, Fares Fares, Lars Ranthe



Copenhagen, anno 1975. Erik ed Anna sono una coppia di coniugi che sta insieme da quindici anni e che ha una figlia, Freja, di quattordici anni. Docente universitario di architettura, con il sogno di esercitare appieno la sua professione di architetto, lui; affermata ed apprezzata conduttrice di telegiornale, lei. Alla morte del padre, Erik eredita la grande casa di quattrocentocinquanta metri quadri in cui aveva vissuto da bambino. Risulta troppo costosa mantenerla, così i due, su suggerimento di Anna che vuole dare una scossa vitale alla sua un po’ stanca vita matrimoniale, decidono di abitarvi con altre persone, amiche e non, e di costituire, a tutti gli effetti, una comune.

Prende così il via il nuovo film di Thomas Vinterberg, dopo la non riuscitissima parentesi americana con la pellicola Via dalla pazza folla, tratta dal romanzo omonimo di Thomas Hardy. Un film che è diviso idealmente in due parti: la prima, più scanzonata, si presenta come una commedia in cui si vede il formarsi dei vari componenti della comune, in coppia o singoli, e si assiste allo scorrere di questa nuova convivenza allargata, che porta allegria e fraternità nonostante qualche innocua baruffa; la seconda parte, invece, vira al dramma, e segna la fine della coppia costituita da Erik ed Anna, essendosi l’uomo innamorato di una sua allieva, Emma, con tutte le ripercussioni che questo nuovo orientamento dà a tutti i membri della comune, ma soprattutto ad Anna. La donna, che in un primo momento incassa la scelta del marito con una quasi inverosimile compostezza nordica, quando si avvia la convivenza vera e propria anche con questa nuova compagna, ha un tracollo emotivo ed esistenziale che spazzerà via qualsiasi razionalizzante aplomb nordeuropeo e che la vedrà essere sbrigativamente ed impietosamente sostituita nel suo lavoro e profondamente sofferente per un progetto di vita a due che si chiude e si conclude, suo malgrado. Perché i sentimenti sfuggono ai buoni propositi, alle utopie e a qualsiasi ragione e/o ragionevolezza.

Il regista racconta l’amore che c’è e poi, inaspettatamente ed immotivatamente, non c’è più tra Erik ed Anna. La coppia che erano e che non sono più. La felicità, quando c’è – la scena in cui Anna vede il sole sulla dita della sua mano dopo aver fatto l’amore con il marito – e quando essa è andata via, con lo stesso sole che splende sulle dita della sua mano, ma in una situazione completamente mutata mentre il dolore che deflagra nel suo animo non è più contenibile né nascondibile.

È questo il nucleo forte della storia, che ha un respiro fortemente teatrale, e non solo perché il film è tratto dalla pièce Kollektivet, scritta dallo stesso regista che rievoca la sua infanzia ed adolescenza vissute in una comune, e successivamente sceneggiata per il grande schermo assieme al fido Tobias Lindholm, ma proprio per il modo in cui è girato. Il tutto inoltre è focalizzato soprattutto sulla figura di Anna, sulle sue reazioni, sui suoi sentimenti, e che, per la fonda ed inconsolabile infelicità che esprime, mi ha richiamato alla mente Ibsen – senza però quella capacità di affondo psicologico che è poi la vera pecca del film. A questa sofferenza femminile spiata con attenzione ma senza profondità, si affianca, come nell'autore norvegese, certo egoismo maschile e certa pervicace sordità sempre maschile. Indicativi, in questo senso, sono i dialoghi e l’ascolto, o non ascolto, della parola e dei sentimenti dell’altro. Erik vuole parlare di sé e dei suoi progetti di lavoro, prima con la moglie, poi con la nuova compagna, e vuole essere ascoltato, eccome se vuole essere ascoltato! Quando non lo è, ne esce profondamente frustrato e risentito. Ma quando è la giovane donna a voler comunicare all'uomo un disagio, la sua reazione è non solo di chiusura, ma di insofferenza per le «lamenterie» femminili, e, sulla sua bocca, parole come «sorellanza» e «problematiche femminili» risuonano vuote e prive di ogni significato, per non parlare del tono di scherno con cui vengono pronunciate. Eppure la sorellanza c’è e si manifesta nelle tre generazioni di donne (Anna, Emma e Freja), spesso senza ottenere grandi risultati, è vero, tuttavia essa c’è e si manifesta.

Se posso dire, poi, la descrizione della comune è priva di qualsiasi connotazione ideologica al punto che a me non è sembrata affatto una comune. È più famiglia che comune mentre è noto come le comuni formatesi in quel periodo storico che costituì gli anni sessanta e settanta prevedessero uno scardinamento radicale della famiglia e della proprietà; del concetto stesso di famiglia e proprietà. Insomma, non basta convivere sotto lo stesso tetto, condividere le spese o raccontarsi problemi e stati d’animo a tavola per essere e sentirsi una comune! Non basta nemmeno mettere ai voti le varie decisioni da prendere o chiudere un occhio su una contabilità delle birre alquanto allegrotta! L’autorità e il piglio padronale, difatti, emergono ogni volta che Erik sente minacciata la sua volontà di scegliere e di decidere. Per non parlare poi delle sue collere al limite del colpo apoplettico, che chiudono così ogni discorso! Direi, quindi, che a me è parsa più una comunità di amici che una comune vera e propria; una comunità di amici che vivono in una stessa casa e condividono oltre agli spazi anche le gioie e i dolori che li attraversano. Riguardo ai dolori, però, è una comunità che sembra piuttosto incapace di contenerli e gestirli, rivelando così tutta la sua fragilità ed inconsistenza. Una comunità ritratta con un tono molto affettuoso e sorridente anche quando, per la difesa della propria tranquillità e del proprio equilibrio, non esita a diventare spietata col singolo che è disfunzionale a tale tranquillità ed equilibrio. Una comunità, però, ritratta quasi come un sol blocco perché tutti gli altri personaggi, eccetto Erik, Anna e Freja, non sono che frettolosamente tratteggiati, risultando, a tratti, poco più che bozzetti se non addirittura caricature.

Per il resto, in questo film c’è tutto il cinema di Vinterberg, soprattutto dei suoi film maggiori, Festen – Festa in famiglia (1998), ritratto di una ricca famiglia danese che nasconde violenze indicibili sotto una patina di ipocrisia, buona educazione e falsissimi “buoni” sentimenti, e Il sospetto (2012), storia di come un’intera comunità si trasformi in una muta che dà la caccia ad una preda arbitrariamente investita di tutto il male del mondo: si ha quindi il confronto ed il conflitto tra le costrizioni, le violenze o le possibilità e la solidarietà della collettività, sia essa la famiglia o una comune, e le ragioni irrinunciabili dell’individuo; i pranzi e le cene di famiglia, dove si dà inizio allo scontro e alla rivelazione; la celebrazione delle feste e la passione per i trenini fatti da adulti canterini; gli adolescenti come figure ambigue e talora enigmatiche, ma vitalissime e fiduciose; i bambini, danneggiati dalla violenza (l’adulto e traumatizzato Christian, che fu un bambino abusato in Festen) o dal non ascolto di adulti sempre troppo presi ed indaffarati nelle loro faccende sentimentali e non (la piccola Klara ne Il sospetto).

In questo film, invece, il piccolo Vilads è “danneggiato” da una patologia cardiaca mortale, ma ugualmente non ascoltato se non addirittura ignorato. Ecco, la morte è l’altro tema del film; un tema che scorre sottotraccia perché essa rappresenta la grande rimozione delle società occidentali. Ma quando la morte arriva, come sempre, spariglia tutto e tutti. E un taglio, bruciante, è anche la separazione di due che si sono amati. Un taglio sia per chi è lasciato sia per chi lascia. Mentre Freja, l’adolescente che vede e nota tutto e soffre per il dolore profondo della madre, guarda con sguardo fresco e fiducioso all'amore nonostante l’esperienza fallimentare dei suoi genitori.

È comunque un Vinterberg minore, questo de La comune. Capace, certo, di zampate registiche di razza, ma senza avere la potenza espressiva di Festen o l’invidiabile compiutezza di scrittura e di perfezione strutturale de Il sospetto. Gli attori, tuttavia, sono tutti eccelsi per asciuttezza e stringatissima naturalezza. Non a caso Trine Drylholm ha vinto l’Orso d’argento come miglior attrice all’ultimo Festival Internazionale del Cinema di Berlino; non è da meno l’interpretazione di Ulrich Thomsen, sempre superlativo, anche se non premiato. Mentre la debuttante Martha Sofie Wallstrøm Hansen, che incarna Freja, è semplicemente incantevole.

Il cinema danese, che annovera tra le sue fila registi diversissimi fra loro come Thomas Vinterberg, Søren Kragh-Jacobsen, (Mifune – Dogma 3) Anders Thomas Jensen (indimenticabile la sua raffinatissima commedia nera Le mele di Adamo con gli splendidi Mads Mikkelsen e Ulrich Thomsen nei panni, rispettivamente, di un pastore protestante e di un neonazista), Susanne Bier (Non desiderare la donna d’altri, Dopo il matrimonio, In un mondo migliore), Per Fly (L’eredità, sempre con il superbo Thomsen), Lone Scherfig (Italiano per principianti, An education) e il primo Lars von Trier (Europa, Le onde del destino, Dogville), solo per citarne qualcuno, risulta essere un cinema tra i più vitali ed interessanti del panorama europeo.



Maria Antonietta Nardone©Tutti i diritti riservati



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