• Maria Antonietta Nardone

L'uomo che parlava ai cani


DOGMAN

di Matteo Garrone

con Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Alida Baldari Calabria, Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli


Erano mesi che non vedevo un film così potente e profondo! Davvero, mesi! Le sue immagini mi hanno inseguito per tutta la serata e sono state le ultime che ho intravisto prima di addormentarmi e le prime che si sono affacciate al mio risveglio.

Matteo Garrone prende spunto da una truce storia di cronaca (quella del “canaro” della Magliana, quartiere di Roma, nel 1988), ma la svuota di qualsiasi attrazione voyeuristica e morbosa, prendendo un’altra direzione. Scava nella psiche di un personaggio e scende in profondità, lì dove il bene e il male sono indistinti, come nell’inconscio, e traccia il percorso emotivo e sentimentale che porta a mettere in atto un’azione delittuosa.

Lo fa con una purezza di sguardo e con una potenza che stordiscono, anzi direi proprio che tramortiscono tanto sono forti. Non c’è mai alcun compiacimento, ma un’attenzione – e per Simone Weil l’attenzione è amore – ai sentimenti e alla personalità di Marcello che non deflette mai.

In un agglomerato di edifici di una bruttezza inarrivabile, che potrebbe essere la periferia sconnessa e dolente di una qualsiasi grande città, tra una sala giochi e una trattoria, accanto ad un negozio di "compro oro" (anche le insegne inseguono il sogno di una bruttezza sovrana), c’è la bottega di toelettatura per cani di Marcello, il Dogman del titolo.

Un uomo minuto, dolce con i suoi cani, tenerissimo con la figlia, con cui condivide la passione per le immersioni subacquee e il sogno di andare nel mar Rosso, e che è accettato e riconosciuto dalla comunità in cui vive e sembra essere l’unico a sopportare Simone, un ex pugile che picchia tutto e tutti. Ha una sudditanza psicologica e fisica per questo energumeno dall’assoluta assenza di pensiero, che lo costringe a furti e tradimenti che lo alieneranno dai suoi amici.

Il regista racconta la metamorfosi di questo uomo buono e mite che perde tutto quello che si era faticosamente costruito e a cui teneva di più, l’essere accettato dal quartiere in cui vive, e quindi quel briciolo di dignità superstite. Senza nessuna concessione alla spettacolarizzazione dei conflitti o della violenza – prima ancora che la violenza quello di Simone è un istinto di sopraffazione che usa la violenza per sottomettere ed umiliare – bensì con quel suo stare lì con la macchina da presa a tracciare la trasformazione di quest’uomo dimesso, sottomesso e "buono" nonostante il piccolo spaccio di cocaina con cui arrotonda le sue magre entrate di toelettatore di cani. Non si può umiliare un uomo in quel modo davanti ai propri ex amici e “pensare” che non ci sia alcuna reazione. Così come si può magari rabbonire un molosso, ma non un ammasso di muscoli umani senza testa e senza cuore.

Ma la liberazione che Marcello spera di ricavare da un’azione omicida, la liberazione che “immagina” di aver portato anche agli altri abitanti del quartiere, non solo non esiste, ma non è altro che un delirio, che una volta finito, lascia tutto com’era, e, soprattutto, lo lascia in una solitudine ancora più estrema e spaventosa.

Ed anche l’atto mostruoso – l’uccisione di un uomo è un atto mostruoso – viene mostrata come un’agonia, una vera e propria agonia nel senso originario della parola greca, agōn, ossia lotta, lotta tra la vita e la morte, dove a vincere è la morte. La morte fisica della vittima, certo, ma anche la morte dell’anima dell’assassino, che aveva prima dovuto subire una soffertissima ed ingiusta morte sociale.

Le immersioni in mare, il sole, quel mano nella mano tra padre e figlia, quella imprescindibile fiducia primaria sono i soli momenti di luce in un film in cui quasi non si respira per il disagio ed il malessere profondo che provoca – e dove si registra la totale assenza dell’elemento femminile adulto.

Il tutto raccontato senza orpelli, senza sbavature, ma con una essenzialità tutta funzionale alla linearità del racconto che stupisce per la sua naturalezza. Visivamente finissimo, con citazioni da Hopper, mentre certe torsioni del corpo e tagli di luce mi hanno ricordato Bacon, ma anche di tanti e tanti film western: le veneziane ai vetri mi hanno ricordato le porte mobili dei saloon da cui spiano tanti occhi, mentre la piazzetta polverosa, fangosa o puntellata di pozzanghere è la classica piazzetta dove avvengono i duelli di ogni villaggio del Far West, oppure la motocicletta che sembra un cavallo su cui sfrecciano i due “amici”, uno dei quali ferito e mezzo svenuto.

Grazie alla fotografia livida, quasi del tutto desaturata di Nicolaj Brüel. Grazie ad una sceneggiatura scarna eppur espressivissima. E grazie soprattutto agli attori, a tutti gli attori, tutti davvero magnifici. Da Adamo Dionisi a Francesco Acquaroli, da Alida Baldari Calabria a Gianluca Gobbi fino a Edoardo Pesce che incarna letteralmente la ferinità bruta e brutale di uomini come Simone, per finire con il grandioso Marcello Fonte, che recita con tutto, corpo secco, mani rovinate, volto scavato e segnato più dell’età che ha, labbra incise, denti storti, gengive ondulate e sguardo: uno sguardo che noi spettatori seguiamo dall’inizio alla fine di questa metamorfosi, vedendo tutto quello che passa in questo sguardo (e quindi nel suo animo): subordinazione, dolcezza, paura, amore, senso dell’amicizia e della lealtà, dignità, senso di appartenenza ad una comunità, sorpresa, dolore, scacco, disperazione, contaminazione del male, delirio di onnipotenza, sconfitta, solitudine siderale.

Anche perché va ribadito che Matteo Garrone è un magnifico direttore d’attori. Tutti ficcanti ed essenziali, senza nessun trucchetto di mestiere o gigioneria da primadonna; tutti al servizio di un bellissimo gioco di squadra.

Io credo che questa interpretazione, questa faccia di Marcello Fonte rimarrà nella memoria come la faccia di Franco Citti in Accattone di Pasolini. O, almeno, gli auguro di avere la stessa simbolicità iconica nella storia del cinema italiano, e non solo.

Un film coraggioso, originale e necessario. Un film lontano anni luce da qualsiasi narcisistica autocelebrazione estetica (nonostante l’indubbia bellezza formale del film). L’ultima inquadratura, oltre la sconfitta e la solitudine di Marcello, riprende l’estrema bruttezza del luogo in cui si è svolta questa storia di realismo introspettivo, diciamo così; talmente introspettivo da essere e risultare visionario. Un giardino di giochi per bambini sporco e rugginoso, edifici scrostrati e cadenti, mura di cemento armato da cui spuntano pungiglioni di ferro arrugginito, arcate di ridicola pretenziosità, un mare che non è apertura e libertà, ma una quinta livida e scura. Come scriveva Hillman:«L’anima nasce dalla bellezza e di bellezza si nutre. Ne ha bisogno per vivere». E la vera e primigenia violenza, quindi, è la bruttezza in cui si è costretti a vivere, o forse sarebbe meglio dire a sopravvivere, e a soccombere.


Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati





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