• Maria Antonietta Nardone

Gli cercarono l'anima a forza di botte


SULLA MIA PELLE -

di Alessio Cremonini

con Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Max Tortora, Milvia Marigliano


Senza respiro. È un film che lascia senza respiro. Accidenti, quanta fatica ho fatto per arrivare fino alla fine! Quanto dolore, quanta pena, ma, soprattutto, quanta rabbia!

È questa la storia degli ultimi sette giorni di vita di Stefano Cucchi, dal fermo, il 15 ottobre 2009, con l’accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti, alla morte, il 22 ottobre. All’inopinata morte. Con una sequenza di ignavie ed incurie che ha dell’incredibile se non fosse invece triste e terribile realtà. Si assiste al decadere di un corpo e di un’anima che sono stati lasciati letteralmente morire in una solitudine che ghiaccia le vene.

Quello che mi ha più colpito non è tanto il pestaggio furibondo da parte di agenti delle forze dell’ordine quanto la cecità di giudice e pubblico ministero e l’inadempienza del proprio lavoro da parte di medici ed infermieri.

Quello che mi ha colpito è anche il numero delle persone che ha interagito con lui in questa cruciale settimana che non ha fatto il proprio lavoro e il proprio dovere (140 individui). Non parlo di disumanità o di assenza di pietà, che pur ci sono state. E che riguardano l’anima e la coscienza di tutti i soggetti coinvolti. Parlo proprio di non aver fatto il proprio lavoro: il giudice, l’avvocato, il pubblico ministero, i medici, gli infermieri.

Come Stefano Cucchi, non parlo delle forze dell’ordine, che siano i carabinieri, la polizia penitenziaria del tribunale o del carcere, perché, stando alle statistiche ed alle documentazioni, capita ad alcuni di questi di commettere abuso di potere (o licenza di violenza). Da loro, insomma, anch’io me lo aspetto. Anch’io nutro la sua stessa sfiducia. Basti ricordare le terribili morti di Federico Aldrovandi o di Giuseppe Uva, solo per fare due esempi. E come non comprendere la sua impenetrabile sfiducia nelle “guardie” e nelle istituzioni. Dopo quanto gli va via via capitando, direi che sia più che giustificata.

Il giudice e il pubblico ministero che non vedono i segni di un brutale pestaggio semplicemente perché nemmeno guardano in faccia l’imputato. Una lunga fila di medici che non diagnostica il pestaggio per quello che è e, dopo, fa quanto va fatto. Non importa che Stefano stesso rifiuti la flebo – perché non lo fanno parlare con il suo avvocato. Tu, medico, hai il dovere di curarlo, di idratarlo e di alimentarlo. Una fila di infermieri e di lettighieri (salvo qualche rarissima eccezione) sgarbati ed insolventi. Ripeto non è l’assenza di umanità o di pietà ad avermi colpito, che pur c’è stata e ritrae lo smarrimento etico di un intero paese, ma l’agghiacciante inadempienza di rappresentanti di varie categorie lavorative.

La visione di un corpo che diventa via via sempre più sofferente, una visione visibile a tutti eccetto che a coloro che se ne devono prendere cura. Tutto ciò porta incredulità e rabbia. Rabbia per una morte iniqua. Rabbia per la superficialità professionale di quasi tutti i soggetti coinvolti e per la totale mancanza di rispetto per un giovane uomo, immaturo quanto si vuole, a tratti strafottente, in altri momenti, infantile, che ha commesso errori e fatto azioni al di fuori della legalità, ma che aveva il diritto di essere tutelato, assistito e curato come ciascuno di noi. Rabbia perché coloro che rappresentano la legalità (coloro che avrebbero dovuto rappresentare la legalità) hanno causato la morte di un uomo di 31 anni.

Il grande senso di oppressione è dato da ambienti chiusi e poco illuminati (che sia la cella di una caserma o la cella del tribunale o la cella del carcere fino alla cella dell’ospedale dove trova la morte); un’oppressione che cresce e che rende faticoso il respiro perfino allo spettatore. E quell’ultimo suo sguardo dato al cielo mentre viene trasportato in una lettiga, con gli occhi ormai divenuti una fessura tra più gonfiori, trapassa il cuore.

Subito dopo la visione del film, mi è difficile fare anche una stretta critica cinematografica. La faccio per onorare l’operato di regista, attori e sceneggiatori. Lo stile di Cremonini è asciutto e secco. Vi è un’assoluta assenza di enfasi o di retorica. Il ritratto di Stefano è pennellato con tutte le sue ombre caratteriali (quindi lontano anni luce da qualsiasi intento agiografico). Ho trovato il suo sguardo sul corpo più crudo e più efficace di Hunger di Steve Mac Queen, che è spesso estetizzante. Cremonini, inoltre, fa la stessa scelta registica di Yilmaz Güney nel suo Le mur (conosciuto in italiano con il titolo La rivolta): non mostra il pestaggio – così come il regista turco non mostrava le violenze del carcere minorile di Ankara, ma i segni delle violenze sul corpo dei piccoli detenuti.

La sceneggiatura è capace di dare vita perfino ai verbali su cui si poggia oltre che su una rigorosissima documentazione. Ed è firmata dallo stesso Cremonini e da Lisa Nur Sultan.

Siamo poi davanti ad un’interpretazione semplicemente grandiosa di Alessandro Borghi, che recita con tutto il corpo, per l’occasione vistosamente smagrito: non solo il volto tumefatto, la dizione impastata e quasi incomprensibile alla fine, la postura accartocciata portata da una sofferenza estrema, ma perfino attraverso lo sterno incavato, gli addominali che sembrano scomparire a vista, la gamba scheletrica, le labbra secche e screpolate dovute alla disidratazione; un’interpretazione in cui ha modo di dispiegare tutto il suo enorme talento. È la costruzione minuziosa ed acribica del personaggio, oltre che della persona di Stefano Cucchi, che colpisce e meraviglia. È un attore, Borghi, che avevo scoperto in Non essere cattivo di Claudio Caligari, che non mi aveva troppo convinto nel doppio ruolo in Napoli velata di Ozpetek, ma che ritrovo qui in una prova che ha del miracoloso e che lo affianca per la sua capacità mimetica ed animica ai più grandi interpreti della storia della cinematografia internazionale, dal Bartolomeo Vanzetti di Volontè al Jack La Motta di De Niro fino all’Hitler di Bruno Ganz.

Jasmine Trinca è delicata e controllatissima nel ruolo della sorella, quell’Ilaria Cucchi a cui tutti noi cittadini italiani – e non solo – dobbiamo tanto per la tenacia e la limpida trasparenza con cui ha cercato e sta tuttora cercando verità e giustizia per il fratello morto non si sa ancora di che cosa. Misurati e bravissimi nel loro dolore tutto interiore i genitori di Stefano, qui incarnati da un sorprendente ed umanissimo Max Tortora e da una Milvia Marigliano che esprime a meraviglia, e tutto in sottrazione recitativa, le pene segrete di ogni madre davanti alle costanti difficoltà del figlio.

Mi viene in mente il film Mamma Roma di Pasolini. Siamo ancora lì, ai ragazzi legati, picchiati, torturati fino a morire su un tavolaccio. Siamo ancora lì. È terribile. Anche all’epoca, nel 1962, il film prese spunto dalla morte di un giovane, in un letto di contenzione, nel carcere di Regina Coeli. I protagonisti di entrambe le pellicole, Ettore e Stefano, hanno in comune il freddo che sentono e che nessuno ascolta. Nessuno ascolta. Hanno in comune la solitudine siderale in cui vivono l’ultimo tratto della loro giovane vita.

La sola persona che ascolta uno Stefano ormai stremato dal dolore e dall’inedia, e con cui ha un dialogo vero ed umanissimo, è il detenuto dall’altra parte della parete, di cui sente solo la voce. Una voce calda, amica. Una voce. Comunque, una presenza. Mentre per i suoi genitori, le voci senza volto che parlano da un citofono, e che inventano ogni volta un nuovo documento da portare per non fare vedere loro il figlio, sono voci tanto gelide quanto compiaciute nella loro burocratica crudeltà e nell’intento malsano (potrei dire sadico) di umiliarli. Di umiliarli perfino nel tragico momento della visione di un figlio, affidato vivo alla custodia dello Stato, e restituito cadavere da quello stesso Stato, dopo una settimana di vani tentativi per incontrarlo.

È la concatenazione di tutte le inadempienze, convenienze e viltà che atterrisce. Perché è schiacciante nella sua indifferente infermabilità. Perché può capitare a tutti. A tutti. E non in un regime dittatoriale dove è prassi consolidata pestare e torturare le persone incarcerate. No. Questo è capitato – e continua a capitare – in un paese democratico che si richiama ad uno stato di diritto e che quello stesso diritto vuole che sia rispettato da tutti i cittadini, forze dell’ordine comprese.

Se nel delirio finale di Ettore Garofolo, in Mamma Roma, c’è la musica di Vivaldi, quell’aereo secondo movimento del "Concerto in d minore per viola d’amore e liuto", a sollevare il tono, nell’agonia di Stefano Cucchi, l’agonia resta agonia, nuda e cruda; crudissima. Non c’è alcuna musica sublime a renderla poetica o artistica. A sollevarla dagli affanni terreni. A coprire quel sibilo forzoso che è diventato alla fine il suo parlare. Eppure, contro ogni realtà fattuale, a me piace immaginare che nel momento del suo trapasso, Stefano Cucchi sia stato accompagnato dalla grazia di una musica sublime come quella di Vivaldi o di Bach. Perché non si può morire così. Non è giusto morire così. Soprattutto, non è legale né degno di una comunità che si reputi civile, morire così.


Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati