• Maria Antonietta Nardone

Le voci dei salvati


JUDENRAMPE – GLI ULTIMI TESTIMONI

a cura di Anna Segre e Gloria Pavoncello

Elliot Edizioni, gennaio 2010

Elliot Edizioni, ristampa - gennaio 2019

Judenrampe – Gli ultimi testimoni è un libro prezioso ed originale. Prezioso perché raccoglie i racconti di molti sopravvissuti della Shoah. Originale perché ha una struttura inconsueta che si puntella su tre angolazioni diverse: il racconto del sopravvissuto, registrato e poi trascritto dalle curatrici; il ritratto lirico di ogni singolo sopravvissuto (eccetto uno) e un dizionario del lager in cui sono raccolti alcuni elementi che i singoli sopravvissuti hanno avuto in comune pur avendo avuto, ciascuno, la propria individualissima esperienza.

Ma è soprattutto un libro di voci. Perché si sente che sono voci, che sono trascrizioni da voci che hanno raccontato a voce, appunto. Una cantata per più voci soliste. Poi, i ritratti lirici dei singoli sopravvissuti, fatti da Anna Segre. E la lirica è voce, è canto. Quindi, alla fine, un dizionario di parole-chiave del lager; di voci, appunto, che includono nomi, concetti e sentimenti che ritornano nelle testimonianze e che le curatrici tentano, prima ancora che di spiegare, di ricollocare nel contesto in cui furono sperimentate, come in un nuovo, o comunque, diversissimo significato da quello originario. Voci come Appello, Arrivo, Cognizione del tempo, Kapò, Indicibile, Nella mente del carnefice, Solidarietà, Ritorno, Umiliazione, Esilio, Sopravvissuti, Pane.

A colpire è l‘età in cui tutti questi «perseguitati razziali» vennero catturati, deportati ed internati in un campo di sterminio o di concentramento: tutti dai 12 ai 25 anni (eccetto il trentenne tenente degli alpini Vittorio Emanuele Giuntella). E poi liberati in campi diversi, dopo le sfiancanti “marce della morte”; non solo Auschwitz, ma anche Mauthausen, Dachau, Bergen Belsen, Ravensbrück ecc.

Ciascuno, quindi, racconta la propria storia. Dal momento in cui furono strappati alle loro famiglie «in un fragore di passi pianti e latrati» su quella banchina ferroviaria, detta judenrampe, alla letale prassi quotidiana che scandisce la vita nel campo di sterminio. C’è freddo, c’è fame, c’è perdita. C’è umiliazione. C’è impotenza e disperazione. La perdita è perdita dei propri cari e perdita di se stessi, di quello che si era – che si era prima. Perché c’è un prima e c’è un dopo. Una cesura. Come in molti traumi. Sennonché questo sembra essere un trauma intrattabile. Una cesura non più ricucibile. Le voci raccontano di unghie nere e di bucce di patate, di cucchiai che grazie alla mola diventano coltelli oppure di una fettina di pane con la scritta “Tanti auguri”. Raccontano dettagli; ed i dettagli sono sempre rivelatori di un intero universo. In questo caso di un tanto oliatissimo quanto nefando universo concentrazionario.

«Tutto era un incubo, gli appelli, le baracche, la lingua incomprensibile, le botte che prendevi se non rispondevi prontamente all’appello, agli ordini» dice Ida Marcheria. «Era tutto predisposto per la sofferenza e l’annientamento delle persone» continua. «La fossa in cui bruciavano bambini vivi. Dopo, non dormi più». E non parli. Ida Marcheria tace perché, davanti a questo abominio «le parole si tacciono» direbbe Marguerite Duras.

«Nel lager donna vuol dire / una nudità più nuda, / il corpo a disposizione / dei loro esperimenti. […] Viva, ma non salva, fui: / ogni notte nel sonno / torno ad Auschwitz» è il ritratto lirico di Settimia Spizzichino. Dove si tocca con mano come il sopravvissuto sia fisicamente uscito da Auschwitz, ma interiormente non abbia mai lasciato quel campo-simbolo dell’eliminazione degli ebrei d’Europa – assieme agli zingari, agli omosessuali, agli oppositori politici ecc.

Tra le tante testimonianze, tutte estremamente intense e significative, mi hanno colpito quelle di Edith Bruck, Goti Bauer e Liliana Segre. Edith Bruck per la durezza del suo racconto che stride e duole come una carta vetrata. E per le riflessioni filosofiche, antropologiche e linguistiche. Perché vorrebbe scrivere anche di altri argomenti, ma non lo fa. Non glielo permettono perché diversamente nessuno la pubblicherebbe. È questo un conformismo non solo di molta editoria italiana ma anche della società tutta. Un conformismo che la tiene prigioniera nel ruolo di sopravvissuta ad Auschwitz. Goti Bauer per un’etica ed una spiritualità conservate perfino in quel mondo capovolto che furono i campi di sterminio ideati ed attuati dai nazisti. E perché ha ribadito che l’umiliazione subita era secondaria rispetto alla sofferenza di vedere tutte quelle famiglie morte, di vedere tutti quei morti. Liliana Segre per la capacità di riconoscere il suo “egoismo” legato ad una nuda sopravvivenza e per la sua pacata, ma determinatissima lucidità nel suo impegno a narrare.

Dopo questo attraversamento nel cuore di tenebra del Ventesimo secolo, in cui entrambe le curatrici, Anna Segre e Gloria Pavoncello, hanno dovuto ricorrere a supporti psicologici per contrastare le ansie e le angosce frattanto sopravvenute, fondamentali sono i dubbi e le domande che le due si fanno sulla modalità e sulla qualità del loro lavoro. Tuttavia il male va raccontato. Va raccontato e combattuto. E, a proposito del male fatto agli inermi, Giuseppe Rensi, citando un detto buddhista, scriveva:«Ricordati che tu non hai bisogno di una spada, ma tu sei la spada».

L’asciuttezza della prosa e dei racconti dei sopravvissuti non si perde nei loro ritratti lirici, che rimangono asciutti e fortemente identificativi. È questo un elemento di importanza cruciale. I nazisti spogliavano di ogni identità i prigionieri, che erano riconosciuti solo come numeri (e numeri di stuken ossia “pezzi”). Far sentire la voce dei singoli sopravvissuti e poi farne un ritratto lirico è operazione inversa all’annullamento dell’identità (e con essa della coscienza, dell’anima ecc.). È operazione che risale la corrente, è operazione ardua, ma necessaria nel fissare quei dettagli che individuano i singoli sopravvissuti facendoli uscire da quella massa indistinta in cui li avevano gettati i loro aguzzini. È operazione di militanza della coscienza. Di una co-scienza ossia di un sapere condiviso. Di una consapevole militanza di un sapere che va assolutamente condiviso.

Quello che emerge è che Auschwitz non è un’esperienza che possa essere condivisa da chi non l’ha vissuta. No, condivisa no. Certo che no! C’è chi racconta (ed ha la delicatezza di omettere i dettagli più orridi per proteggere chi ascolta come il meraviglioso Piero Terracina) e c’è chi ascolta. Il racconto del sopravvissuto è sacro ed intoccabile. Ma io credo che siano molto importanti anche la reazione ed il racconto di chi ascolta, il pensiero e i sentimenti di chi ascolta. Non solo perché in una relazione sono fondanti ed interessanti le modalità di entrambe le parti, ma soprattutto per evitare ogni esclusione e non legittimità dell’ascoltatore. Mi pare di comprendere la posizione di Nedo Fiano e la gelosia dei suoi ricordi. Ma io all’o questo o quello, ho sempre preferito e questo e quello. E e, piuttosto che o o. Il racconto del sopravvissuto ha vita proprio se c’è un ascoltatore che non ha avuto quell’esperienza ad accoglierlo. Tra i sopravvissuti, difatti, si “parla” senza parlare. Si parla con il silenzio. Gli altri, tutti noi altri, abbiamo bisogno del loro racconto per tentare di conoscere e non solo. L’esperienza quindi no, non può essere condivisa, ma il racconto di quell’esperienza, sì, che può essere condiviso. Di vitale importanza, poi, se gli ascoltatori sono degli scrittori, dei poeti. Perché sono e saranno gli scrittori e i poeti a continuare a riflettere e ad approfondire l’esperienza dei sopravvissuti alla Shoah quando gli ultimi testimoni, per ragioni anagrafiche, non potranno più farlo (discorso a parte è quello che tocca gli storici). È necessario che la memoria diventi storia, come ho scritto altrove. Ed è altrettanto necessario che alla memorialistica si possa affiancare la letteratura, l’arte, la poesia.

Non so se in questo affiancamento la forza sarà diluita. Certo, non è la forza peculiarissima del sopravvissuto. Ma è o sarà la forza diversamente peculiare dell’arte, come ad esempio è avvenuto con il film Il figlio di Saul di Làszló Nemes. Un film perturbante che ha restituito il terrore e l’orrore di questa morte-in-vita dal punto di vista addirittura di un Sonderkommando.

Un libro che proprio per la stringatezza delle testimonianze, per la sua struttura tripartita, per il dizionario finale del lager, ritengo possa essere utilissimo introdurre nelle scuole. Robert Antelme, l’autore de La specie umana, in cui racconta la sua esperienza a Gandersheim dove fu deportato, così disse in un’intervista:«È necessario comprendere che i libri sulla deportazione non sono antologie dell’orrore, ma strumenti di cultura». E questo libro, Judenrampe – Gli ultimi testimoni, ideato e curato da Anna Segre e Gloria Pavoncello, è un ineludibile e formidabile strumento di cultura.


Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati





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