• Maria Antonietta Nardone

Sarajevo, le granate e le rose

Il mio 25 aprile 2019 è a Sarajevo. Il giro della città si apre e si chiude tra due memoriali: il memoriale Kovači, che ricorda i morti adulti durante l’assedio della città (la maggioranza poco più che ventenni) e il memoriale dedicato ai bambini dai pochi mesi ai 18 anni morti durante l’assedio perpetrato dalle forze militari serbo-bosniache. Sono oltre 500 i bambini ad aver perso la vita per denutrizione, malattia o colpi di arma da fuoco.

Ecco il mio 25 aprile si consuma così, tra questi due memoriali, a ricordare un assedio che ha dell’incredibile considerando la tecnologia delle guerre contemporanee. I numeri servono a capire nei dettagli quanto avvenne: più di 12.000 morti, l’85% dei quali erano civili; 50.000 feriti; 35.000 edifici distrutti.

È gironzolando per la città che ho capito da dove sparassero i cecchini serbi e mi sono ritornate alla mente le immagini dei telegiornali con tutti quegli uomini e donne di ogni età che correvano per attraversare un ponte, un incrocio, riparandosi al più presto dietro un palazzo o un muro di sacchi di sabbia.

È gironzolando per la città che sono arrivata davanti al Mercato costruito nel 1895, e che i sarajevesi chiamano Markale, in cui avvennero quelle che passeranno alla storia come “le stragi di Markale” (una nel 5 febbraio del 1994, l’altra il 28 agosto del 1995). E nella memoria ho ancora vivido il sangue che si allargava sul lastricato della piazza mentre si prestavano i primi soccorsi ai feriti e si portavano via i cadaveri ancora caldi.

Vedo i segni dei bombardamenti su alcune facciate dei palazzi. Vedo la rosa che venne disegnata con resina rossa attorno ai buchi provocati dalle granate e che verrà conosciuta come “la Rosa di Sarajevo”. Una rosa che è monito, ricordo, cicatrice e soprattutto trasformazione. Vedo i giardini e i parchi di questa antichissima città interpuntati dalle steli delle lapidi di morti che bisognava seppellire anche in mancanza di spazio nei cimiteri.

Ho visitato il tunnel scavato nei pressi dell’aeroporto attraverso cui passavano i rifornimenti di cibo e medicinali oppure chi aveva deciso di lasciare la città così strettamente assediata.

Ho visto tutto questo e rimane in me un’incredulità profonda riguardo alla ferocia e alla durata di questo assedio: quattro anni, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Come è stato possibile non interromperlo prima? Come?

E vedo infine che Sarajevo con i suoi ponti e le facciate austriache e neoclassiche, la nuova biblioteca nazionale e universitaria ricostruita sulle macerie della vecchia, la vecchia sinagoga sefardita che vanta una delle maggiori esposizioni della città, la moschea e la madrasa Gazi Husrevbeg, le chiese ortodosse e la cattedrale cattolica è sopravvissuta. La sua atmosfera è sopravvissuta. La sua idea di una convivenza rispettosa delle differenze religiose è sopravvissuta. Sarajevo è una sopravvissuta che non può dimenticare nemmeno se lo volesse con tutte le sue forze. Come accade, del resto, ad ogni sopravvissuto. Non può dimenticare, ma può trasformare i fori delle granate in qualcosa di bello e vitale come una rosa, appunto. Costruire bellezza lì dove si è portato solo distruzione. Ricostruire edifici, legami, relazioni, arte, cinema e letteratura lì dove passò una morte inopinata e schiava di guerrafondai privi di ogni più lontana pìetas.


Rosa dipinta sul marciapiede (Sarajevo – Bosnia-Erzegovina, aprile/maggio 2019)

Rosa dipinta sul marciapiede (Sarajevo – Bosnia-Erzegovina, aprile/maggio 2019)

Memoriale dei bambini uccisi durante l’assedio di Sarajevo 1992-1995 (Sarajevo – Bosnia-Erzegovina, aprile/maggio 2019)

Memoriale dei bambini uccisi durante l’assedio di Sarajevo 1992-1995 (Sarajevo – Bosnia-Erzegovina, aprile/maggio 2019)

La facciata della casa della famiglia Kolar (presso aeroporto di Sarajevo – Bosnia-Erzegovina, aprile/maggio 2019)

La facciata della casa della famiglia Kolar (presso aeroporto di Sarajevo – Bosnia-Erzegovina, aprile/maggio 2019)

Memoriale Kovači visto dalla collina (Sarajevo – Bosnia-Erzegovina, aprile/maggio 2019)

Memoriale Kovači visto dalla collina (Sarajevo – Bosnia-Erzegovina, aprile/maggio 2019)

Museo dei crimini contro l’umanità e del genocidio 1992-1995 (Sarajevo – Bosnia-Erzegovina, aprile/maggio 2019)

Museo dei crimini contro l’umanità e del genocidio 1992-1995 (Sarajevo – Bosnia-Erzegovina, aprile/maggio 2019)

In movimento (Sarajevo – Bosnia-Erzegovina, aprile/maggio 2019)

In movimento (Sarajevo – Bosnia-Erzegovina, aprile/maggio 2019)

Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati