• Maria Antonietta Nardone

La grande illusione


(Foto di Andrea Fantacci)



Laltra

di Franca De Angelis

regia di Christian Angeli

con Anna Cianca

Teatro Stanze Segrete - Roma



Giovanna, Maria, un bozzo sulla schiena che è (o può essere) la terza ala… ma di chi stiamo parlando? Giovanna non può che essere un’eroina, certo, con quel nome! E Maria? Mariuccia, Marietta è debole, sminuita e sminuente, oltremodo vicaria, si sa, si sa… Irrompe una notizia data alla radio: una donna di nome Maria è stata uccisa dal marito. È l’ennesimo femminicidio che scandisce scandalosamente il calendario italiano. Giovanna:«No, no, a me non può capitare. No, non a me…».

Laltra, il monologo scritto da Franca De Angelis, racconta una giornata-tipo di Giovanna, una donna cinquantenne, sposata, madre di tre figli, impiegata a tempo indeterminato in un ufficio dalle 8,00 alle 18,00. Prima e dopo l’ufficio, ci sono i lavori casalinghi che la donna svolge con convinta dedizione. Lavarsi, lavare i pavimenti, preparare la colazione per tutti, svegliare i maschi dormienti, caricare la lavastoviglie, preparare gli ingredienti per la cena ecc.

Ed è una discesa all’inferno nonostante le battute e l’ottimismo della volontà (o forse sarebbe meglio dire dell’illusione) di una donna che si sobbarca fatiche immani che sopporta offese inique che sogna affetti inesistenti pur di continuare a vivere una vita che non è vita. Racconta e si racconta Giovanna, con generosità, con convinzione, con grazia e con humor.

Dal padre, al marito, ai figli, ai colleghi di lavoro, ad un amante amato che non l’ama è tutto un vedere un rispetto ed un amore che non ci sono. Irrimediabilmente, non ci sono, ma per lei, sì, ci sono, a dispetto di ogni realtà.

Stereotipo della figlia, della moglie e della madre italiana, oppresse da una visione patriarcale, come potevano essere molte delle nostre madri, delle nostre zie, delle nostre nonne e delle nostre bisnonne (senza dimenticare la mia stessa generazione), Giovanna si muove tra compatta inconsapevolezza ed affiorante consapevolezza, giustificazioni costanti e dolore represso fino a che la notizia della morte di una certa Maria non le provoca un turbamento inatteso. Un turbamento che a me pare più uno smarrimento.

E tra una scopa che diventa microfono, un proverbio sempre pronto da snocciolare, un cambio di scarpe fatto al volo, un borbottio straniante ed una sconfessione che al contrario confessa, impariamo a conoscere l’esistenza durissima di una donna maltrattata psicologicamente e fisicamente.

Saggi, analisi, approfondimenti filosofici e antropologici sono fondamentali, ma l’arte ha la capacità di racchiudere tante di queste analisi in poche battute e con sguardi e posture che raccontano più di ogni dotta disquisizione. Perché te li fa toccare con mano.

Come con la parrucchiera de La parrucchiera dell’Imperatrice ossia la vera storia della principessa Sissi, come con la dottoressa Zeta de Il gioco, Franca De Angelis prosegue la sua indagine sull’ombra delle donne, sul femminile negativo. E lo fa con questo personaggio che per molti aspetti suscita compassione e tenerezza; ma anche irritazione e rabbia. Sì, rabbia, dacché quello smussare, quel coprire, quel rimuovere lo stato violento e profondamente cancellante delle cose la rendono connivente, suo malgrado. Una connivenza che le impedisce il riscatto. Una connivenza che la tiene prigioniera. Lo fa con quei toni lievi accostati a quelli più gravi, che costituiscono ormai la cifra stilistica del suo lavoro drammaturgico. E con una chiusura che mantiene una profonda ambiguità, che non svelo, e che dona una prospettiva sottilissima a tutto il monologo che si dipana per un’ora ed otto minuti.

La protagonista, all’inizio del tutto inconsapevole della sua reale situazione, ha via via momenti in cui sente e si rende conto benissimo, ma copre tutto con un atteggiamento sdrammatizzante e con un sorriso che la seppellisce ancora di più nella sua condizione di sottomissione e sfruttamento. E questi momenti, queste crepe nella sua rosea visione del mondo sono espressi da Anna Cianca in una maniera graduale, fatta di innumeri sfumature, fino a divenire sempre più lampante.

Imponente nella sua recitazione eppure, allo stesso tempo, misurata. Anche quando presta dialetti diversi alle donne intervistate, lo fa senza ricorrere ad alcuna caricatura. In quella milanese, poi, mi è parso di riconoscere un omaggio all’inarrivabile Franca Valeri. Per poi virare, nella battuta sessista, al riconoscibile tono del Signorotto di Arcore, richiamo inequivocabile e finissimo a quella sua idea del femminile ferma ai più retrivi anni Cinquanta.

Anna Cianca è come la primavera: quando entra in scena tutto fiorisce, spettatori compresi. Sì, lei è come la primavera di De Andrè:«Primavera non bussa, lei entra sicura, come il fumo lei penetra in ogni fessura». Entra in ogni fessura dell’animo e dell’intelletto, sbaragliando l’inverno delle nostre abitudini, delle nostre convinzioni e perfino dei nostri saperi più consolidati.

La regia di Christian Angeli è essenziale e fluida. Quasi nascosta, e, quindi attentissima e funzionale alla valorizzazione di un testo quanto mai urgente e alla performance di un’attrice di caratura elevata. Coadiuvato, in questo, dal suggestivo disegno-luci di Giacomo Cursi.

Sentire, nell’intensissimo e straziante rush finale, spettatrici dietro di me piangere chi tirando su con il naso, chi con brevi singulti trattenuti, non è esperienza che capiti tutti i giorni. «È il teatro, bellezza!» parafrasando una notissima citazione cinematografica. È la potenza e la forza del teatro, quelle che portarono gli attori («i commedianti, gli istrioni») dell’epoca barocca ad essere sepolti in terra sconsacrata.

Sogno, auspico e desidero un teatro che abbia ancora quella forza, quella dirompenza, quella pericolosità non imbavagliabile. Oltre che quella volontà e libertà di conoscenza che sono un anelito inalienabile dell’esistenza umana.





Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati

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