• Maria Antonietta Nardone

I traditori


IL TRADITORE

di Marco Bellocchio

con Pierfrancesco Favino, Luigi Lo Cascio, Fabrizio Ferracane, Maria Fernanda Candido, Fausto Russo Alesi, Bebo Storti


L’ultimo film di Marco Bellocchio, Il traditore, è incentrato sulla figura di Tommaso Buscetta, il pentito di Cosa Nostra (lui preferiva chiamarsi «collaboratore di giustizia») che svelò al magistrato Giovanni Falcone i meccanismi, la gerarchia e il modus operandi di questa organizzazione criminale detta popolarmente mafia.

Il regista la racconta dall’inizio degli anni Ottanta fino alla sua morte, nel 2000, avvenuta nel suo letto, proprio come desiderava, pur essendo stato un assassino spietato, un trafficante internazionale di stupefacenti ed un uomo di mafia. Prima in Sicilia nel 1980, poi in Brasile, dove viene arrestato nel 1983 e, dopo un tentativo di suicidio, estradato in Italia nel 1984. È qui che “incontra” per la seconda volta Giovanni Falcone a cui racconta piani, organigrammi, regole interne ed esecutori e mandanti di molti delitti di Cosa Nostra. Le sue rivelazioni, affiancate dalle inchieste dei giudici istruttori Giovanni Falcone, appunto, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta, Giuseppe Di Lello, permetteranno di istituire il maxi-processo a Palermo nel 1986.

Dirò subito che il film, pur essendo avvincente fino alla fine, è discontinuo non solo strutturalmente ma soprattutto nella forma e nello stile. La prima parte “brasiliana”, diciamo così, sembra quasi una fiction televisiva, tanto è scontata e retorica nonché scandita da una musica pervasiva e ridondante – una ridondanza che in Bellocchio proprio non mi aspettavo.

Il cuore della storia è la rappresentazione del maxi-processo. È qui, in quest’aula bunker costruita accanto al carcere dell’Ucciardone, che Cosa Nostra inscena e va in scena con bocche da cucire platealmente con ago e filo, urla bavose, attacchi parossistici, insulti volgari, il sigaro fumato «perché l’ha ordinato il medico» e dove alla canea di chi è dietro le sbarre risponde la canea del pubblico in galleria. Per la disperazione del giudice togato che fatica a ricondurre tutti all’ordine. Non tutti urlano ed insultano. C’è chi tace e guarda con sguardi di fuoco. Sono i vari capi e capetti. Questi parleranno durante il confronto con Buscetta. È il confronto tra Tommaso Buscetta (il “Boss dei due mondi”) e Pippo Calò (l’uomo di Cosa Nostra che tiene i contatti con i politici a Roma) che “regala” allo spettatore un ritratto della mafia folgorante. È nelle bugie, nella dissimulazione, nella miseria, nella bassezza, nella minaccia in codice, nel tradimento di affetti ed amicizie passate, nella viltà mascherata da una presunta signorilità che Calò porta nelle sue parole e nei suoi atteggiamenti, grazie soprattutto alla prodigiosa naturalezza e alla sottilissima ambiguità della recitazione di Fabrizio Ferracane che offre un volto su cui trascolorano tutte queste brutture e nefandezze.

È qui il cuore del film. È qui che ho trovato Bellocchio grandioso. Perché mostra l’autentico volto di questa cosca criminosa: un ammasso ed un coacervo di meschinità, menzogna, minaccia, violenza, spietatezza, miseria morale e spirituale, trivialità d’animo e di parola che portano solo sangue e morte.

Ecco tutto il film è oppresso da questo puzzo di morte, e non solo perché è scandito da un contatore di morti ammazzati velocemente mostrati. Fin dalla prima scena in Sicilia, durante la festa di Santa Rosalia, nella riunione dei capi Palermitani con i capi Corleonesi, nella villa di Bontate, con un figlio di Buscetta strafatto di eroina, la morte opprime, si manifesta ed incombe continuamente per tutta la pellicola fino alla scena finale – che non svelo – dove una morte annunciata ma rimandata nel tempo arriva comunque a destinazione con l’implacabile naturalezza di un’acqua che sfoci nel mare.

La mafia porta morte e/o prigione. L’immagine di una parete di schermi che riprendono e sorvegliano i mafiosi rinchiusi nelle loro celle, chi a camminare avanti e indietro, chi a parlare da solo, chi tormentato da mille tic ecc. è l’altra zampata di un regista di razza.

Detto questo, la figura di Buscetta, nonostante le due ore e ventotto minuti di racconto, non emerge chiaramente per quella che storicamente fu: ossia quella di un mafioso che ha parlato per opportunismo e non perché si fosse “dissociato” dalla sua vita di criminale ed assassino e tantomeno pentito (intendo moralmente pentito). Il suo dolore di padre (i Corleonesi per costringerlo a rientrare in Sicilia dal Brasile uccidono due suoi figli ed altri nove parenti) e i suoi sensi di colpa per la loro morte non hanno alcuna grandezza. Non può esserci alcuna grandezza in questa figura. E, tantomeno, un dissidio interiore alla Macbeth, con i morti che tornano a visitarlo in sogno per tormentarlo. Anche perché don Masino sogna i “suoi” morti, i suoi cari morti per mano altrui, non certo le persone che egli uccise di suo pugno. Buscetta pensò alla sopravvivenza sua e della sua ultima famiglia. E, negli improvvisi trasferimenti di casa negli Stati Uniti, dove viveva con una nuova identità, pensò esclusivamente alla sicurezza sua e dei suoi cari. Punto. Quindi, no, non c’è alcuna grandezza nella mafia. Ma solo puzzo di morte talora inframmezzato da una commedia oscena.

(L’afflato tragico fu possibile nel film Anime nere di Francesco Munzi, ad esempio, perché lì c’era un vero antagonista all’'Ndragheta, quel Luciano interpretato dallo stesso Fabrizio Ferracane che voleva tenere suo figlio Leo a tutti i costi lontano dalla vita criminale dei suoi fratelli. Peraltro, non riuscendoci).

Il film riserva interpretazioni di elevata bravura. Oltre al già citato, per me immenso, Fabrizio Ferracane, Pierfrancesco Favino diventa camaleonticamente Buscetta in quel suo parlare quattro lingue (portoghese, italiano, inglese e, naturalmente, palermitano), in quella sua gestualità pacata e teatrale, in quel suo corpo appesantito che nemmeno i vestiti dal taglio impeccabile riescono a nascondere, in quel suo volto massiccio ora con i baffi ora senza, in quella voce impastata di sigarette e col fiato sempre un po’ in affanno ecc. Mi è sembrata, però, più una mimesi fisica che psicologica. Il suo opportunismo, la sua falsa coscienza, la sua intelligenza affidata completamente al crimine, un senso di superiorità mai intaccato non emergono quanto devono. Non sono tracciati con la stessa acribia che l’attore ha dedicato all’immedesimazione fisica. Francamente avrei preferito una maggiore resa di questi aspetti della sua personalità che non un’adesione mimetica solo corporale, certo virtuosistica, ma poco coraggiosa nello scavo e nella resa più compiuta dell'uomo e del personaggio. Luigi Lo Cascio interpreta strepitosamente un Totuccio Contorno che ha addirittura risvolti comici per quel suo parlare esclusivamente in un palermitano così stretto che perfino i suoi conterranei faticano a comprendere. Più sottilmente, è talmente prigioniero del mondo mafioso e della sua mentalità, da non essere capace di uscirne in alcun modo nemmeno linguisticamente (il dialetto rappresenta la sua incapacità di uscire da quell’universo criminale).

Falcone è qui interpretato come un anonimo e cupo funzionario dello Stato. La sua intelligenza finissima, il suo humor nero, la sua lucidità perfino il suo stile flemmatico e sornione sono del tutto assenti nell’interpretazione di Fausto Russo Alesi. Trovo inaccettabile la motivazione che si sia voluta dare un’interpretazione del giudice così dimessa per non “oscurare” il personaggio di Buscetta. Trovo questa motivazione narrativamente, psicologicamente, storicamente ed eticamente inaccettabile.

Il traditore è un film discontinuo, scrivevo sopra, dove si alternano momenti convenzionali ed ambigui ad altri più illuminanti e potenti. Un film che rischia di alimentare un fascino ed una certa “benevolenza” verso figure come Buscetta che sarebbe iniquo e sommamente osceno alimentare. Un film che procede per tagli e salti, in avanti e a ritroso, che non giovano alla comprensione dei fatti (a meno che già non si conoscano quei fatti). Insomma è un film “imperfetto” che, pur con i suoi limiti e difetti, ha il merito ed il pregio di cogliere ed esprimere l’essenza bassa e mortifera di Cosa Nostra soprattutto in alcune memorabili scene.

Certo è che Marco Bellocchio con film come L’ora di religione (2002), Buongiorno, notte (2003), Vincere (2009) e quest’ultimo, Il traditore (2019), ha cercato con forza e provocatorietà di avviare una riflessione antiaccademica su talune coordinate negative che hanno costituito e che tuttora costituiscono la storia d’Italia dell’ultimo secolo.




Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati



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