• Maria Antonietta Nardone

Joaquin Phoenix, il grande sciamano


(Foto della locandina presa dal web)


JOKER

di Todd Phillips

con Joachin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Marc Maron, Brett Cullen, Frances Conroy, Leigh Gill


Joker, l’ultimo film di Todd Phillips, indaga le origini dell’arcinemico di Batman, il super eroe dei fumetti della DC Comics, offrendogli così un passato, una sua propria storia prima di divenire l’incendiario antagonista dell’Uomo-pipistrello. Ma non è un’indagine esterna, fatta da altri. No. È una vera e propria ricerca di sé. L’idea ingegnosa è che l’intera pellicola sia il viaggio introspettivo del protagonista, Arthur Fleck. Tutto è visto e percepito dalla sua angolazione che, come apprenderemo via via, è un’angolazione distorta.

Arthur Fleck è un giovane che per sbarcare il lunario di giorno fa il clown per le strade di Gotham City mentre di notte accudisce la madre malata. Il suo sogno è diventare un comico cabarettista e partecipare al programma televisivo di Murray Franklin, un noto e cinico conduttore dalla battuta pronta.

Arthur è un solitario. Non ha amici. È solito annotare i suoi pensieri su un quadernetto tutto sgualcito. Soffre di un disturbo psichico che lo porta a ridere nei momenti meno opportuni ma che per lui sono fonte di stress, paura, tristezza o rabbia. Un riso compulsivo ed incontrollabile che non è una vera risata ossia una risata allegra e spensierata. È un riso stridulo e stridente che sconcerta i suoi interlocutori. E per ironia della sorte è un comico alle cui battute il pubblico non ride. In questa sua esistenza da invisibile in una città che sembra un sottosuolo lurido e cupo – non ricordo di aver visto un solo cielo azzurro per tutto il film – non raccoglie altro che maltrattamenti, umiliazioni, delusioni e frustrazioni. Una scoperta inaspettata lo porta alla ricerca del padre. Una brutta giornata gli apre davanti un abisso in cui sprofonderà, suo malgrado.

Vediamo (e sentiamo dall’interno) un individuo che è stato abusato da bambino. Vediamo (e sentiamo) un essere che è stato picchiato e maltrattato e che non fa altro che calamitare a sé altre botte ed ulteriori maltrattamenti sia fisici sia psicologici. Vediamo (e sentiamo) un individuo che non è diventato adulto, vivendo in una dimensione bloccata all’adolescenza. La sua percezione è distorta. La società è composta di persone cattive, indifferenti o sgarbate. La società tutta, con pochissime eccezioni. Una società che non ha sfaccettature o sfumature, ma sembra tagliata con l’accetta. Nessuno lo vede. Nessuno lo ascolta nemmeno la sua terapeuta – così come lui non vede e non ascolta lei, aggiungo io.

Non è tanto il male subìto che fa male, quanto, piuttosto, l’umiliazione. È l’umiliazione che è bruciante e sospinge ad un’affermazione di sé grandiosa e planetaria – proprio come sogna Arthur. E, ad essere “puniti”, saranno gli individui che lo hanno umiliato e/o tradito. Ma quello che più agghiaccia è la sua impermeabilità a qualsiasi cura e l’assenza di una qualsiasi possibilità di riscatto, individuale e sociale.

Egli mantiene una sua innocenza, specie all’inizio, al suo primo omicidio. Lo stupore quando parte il primo colpo di pistola quasi per caso come quello partito per sbaglio e conficcatosi nel muro di casa. Quello stupore lo accompagna anche nella scoperta che la violenza omicida gli dà un’identità che prima non aveva.

In questa individuazione di sè Arthur incontra la propria ombra (gli aspetti negativi della propria personalità, i più ardui da riconoscere ed accettare). L’ombra va accolta ed integrata. Arthur si identifica con la sua ombra, che gli dà la sensazione finalmente di esistere: è in questo passaggio cruciale, in questa identificazione letale per la sua anima, che nasce Joker.

Siamo davanti al compimento di un tragico «conosci te stesso» - la sapiente scritta che campeggiava sul tempio di Delfi nell’antica Grecia. E più che un malvagio, in questa versione Joker a me sembra solo un reattivo. All’inizio, fortemente stupito della sua stessa reazione.

Gli uomini di questo sottosuolo in rivolta usano maschere di cartapesta, Arthur dipinge la pelle del suo volto con la faccia di un clown. Gli uomini di questa città fumante di sporcizia e percorsa dai topi indossano tutti una maschera sociale. Arthur non ha una maschera sociale; è incapace a costruirsene una. Chi non ha e non sa usare una maschera sociale, ci avverte Jung, non è entrato nel mondo degli adulti. È un adolescente, mentalmente o di fatto.

Ho notato che i soli luoghi lindi e puliti sono il teatro pieno di ricchi benvestiti in cui viene trasmesso Tempi moderni di Charlie Chaplin e il manicomio criminale dell’ultima scena che azzarda un candore talmente estremo da risultare fosforescente.

Che sia stato quindi tutto un delirio (o un passato mescolato di frammenti di memoria ed allucinazioni), così come porta a credere l’ultima scena all’Arkam Asylum, che sancisce l’avvenuta trasformazione di Arthur in Joker, è, a questo punto, fuori da ogni dubbio.

La regia di Todd Phillips, che ha immagini di grande impatto visivo, ma senza stile, è funzionale all’assolo dell’attore principale. È una regia al servizio dell’interpretazione-monstre di Joaquin Phoenix; dell’interpretazione sciamanica e conturbante di Joaquin Phoenix, coadiuvata dalla fotografia di Lawrence Sher ora livida, ora cupa, ora pastosamente satura e dalla musica potente di Hildur Guonadóttir, tutta archi e percussioni ossessive, che deflagra nella mente dello spettatore a simulare la deflagrazione nella mente del protagonista.

Phoenix mi è sembrato davvero uno sciamano che ha richiamato a sé lo spirito di un bambino abusato che vive nel corpo di un adulto ferito. L’attore recita con la magrezza del proprio corpo che si contorce o si disarticola (mi ha ricordato le posture impossibili di certi quadri di Egon Schiele), col volto livido ed emaciato, con sguardi che saettano una sofferenza irredimibile capace di oltrepassare il viso dipinto da clown; recita con sussurri e grida e con una risata che a me è arrivata come il pianto disperato e sfinito di un bambino che non è stato accolto, protetto e rassicurato. Anzi, a dirla tutta, a me è parso che sia stato l’interprete stesso a condurre il film – del resto è lo sciamano che conduce le azioni rituali per la comunità, non certo il capo-villaggio.

Il suo è un dolore che trasborda dallo schermo ed investe lo spettatore, quasi tramortendolo. Un dolore che cozza con l’impostazione registica che si muove invece sulle corde di un’introspezione piuttosto manierata.

La sceneggiatura, firmata dallo stesso Phillips assieme a Scott Silver, ha qualche difficoltà a raccordare tutte le varie e diversissime scene e non mi è parsa particolarmente chiara e brillante. Scontato e inutile è il flash-back della madre, ad esempio. Il punto più debole, poi, è la spiegazione didascalica e patetica che Joker, finalmente ospite dello show “Murray Franklin”, dà agli spettatori. Il personaggio fa praticamente un riassunto di quanto visto fino a quel momento – come se gli sceneggiatori avessero avuto una totale sfiducia nell’intelligenza dello spettatore. Ma soprattutto manca, qui, la follia: il vero guizzo della follia. Prima che egli compia quello che si deve compiere. Così come ho trovato forzato l’inserimento delle scene con la famiglia Wayne, dove vediamo anche un Bruce bambino – sono scene finte e posticce.

Il regista attinge a piene mani alla filmografia degli anni Settanta ed Ottanta, soprattutto in quella di Scorsese, dal Travis Bickle di Taxi driver al Rupert Pupkin di Re per una notte. Non manca l’Howard Beale di Quinto potere di Lumet o il Calvero di Luci della ribalta di Chaplin (che però è del 1952). C’è perfino l’inquietante scalinata dell’Esorcista di Friedkin qui in due versioni: quella che Arthur sale curvo sotto il peso delle umiliazioni subite e quella che Joker scende a passo di danza a segnare un’identità finalmente consolidata, sia pure quella di un criminale pluriomicida.

Gli altri attori, pur bravi, sono di puro contorno, compreso Robert De Niro, che incarna il presuntuoso Murray Franklin, con una misura che incanta. Ecco, nella scena in cui i due dialogano durante lo show, a me è sembrato che De Niro abbia passato a Phoenix il metaforico testimone dei maggiori interpreti della propria generazione. Se in Toro scatenato De Niro prese trenta chili per diventare Jake LaMotta, qui Phoenix ha perso venticinque chili per incarnare il disagiato e disadattato Arthur Fleck che si trasformerà in Joker.

Ci sono scene che si incidono nella mente e non la abbandonano nemmeno di notte. La danza sulla scalinata ha la grazia sghemba di un corpo e di una mente ormai entrambi disarticolati. Con l’attore che sembra quasi in una trance mimetica. Oppure quella dove il suo corpo viene adagiato sul cofano della macchina come un manichino rotto che non serve più. O la sbafata di sangue all’angolo delle labbra, accompagnata da uno sguardo sorpreso ed estasiato allo stesso tempo davanti ad una folla mascherata e violenta che lo acclama, mi ha dato i brividi. Tra l’altro, questa, a me, è parsa la vera chiusa del film.

A merito del film va l’aver posto in campo temi urgenti, che inducono a riflessioni e discussioni, come l’invisibilità di chi ha un disagio psichico grave, la paura che gli adattati hanno di chi si trova a patire una sofferenza incontenibile, la preoccupante mancanza di empatia, l’atonia etica, la fascinazione per il deviante o il delirio collettivo che porta a seguire fanaticamente il grande criminale di turno, solo per riportarne alcuni.

Per dovere di cronaca cinematografica: Joker si è aggiudicato il Leone d’oro come miglior film all’ultimo Festival del Cinema di Venezia.


Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati