• Maria Antonietta Nardone

Filippine, tra grotte e mari

Le Filippine sono costituite da una arcipelago di oltre settemila isole nell’oceano Pacifico occidentale. La loro è stata soprattutto una storia di dominazioni: spagnoli, cinesi, giapponesi, americani che ha inciso profondamente nel loro sviluppo e nelle loro tradizioni. La guida che ci ha condotto in calesse in Intramuros – il centro storico che custodisce quel che rimane del passaggio degli spagnoli a Manila – ha testualmente detto:«Dagli spagnoli abbiamo preso la religione (il cattolicesimo), dagli americani, il sistema scolastico».

Degli ifugao, “il popolo delle colline”, i famosi tagliatori di teste di Luzon centrale, io ho potuto vedere solo i costumi, le armi, le suppellettili e le fotografie di una splendida collezione privata, il Museum of Cordillera Sculpture, a Banaue. Non li ho purtroppo incontrati dal vivo come con i konyak, i tagliatori di teste in Nagaland. E la visione delle “bare appese” nella Echo Valley, curioso sincretismo tra animismo e cattolicesimo, non ha colmato la mia passione conoscitiva per le culture più remote. Sotto il profilo antropologico, quindi, il viaggio è risultato piuttosto povero.

Quello che questo paese, composto da una popolazione dignitosa e laboriosa, offre anche al viaggiatore più distratto è una bellezza ed una ricchezza naturalistica entrambe straordinarie. Grotte, risaie, vulcani, fiumi sotterranei, mangrovie, foreste pluviali, cascate ed un mare davvero spettacolare.

E sono scesa nella grotta di Sumaguing, a Sagada, che poi è una rete di oltre sessanta grotte di stalattiti e di stalagmiti nonché di ripide e scivolosissime rocce formatesi milioni di anni fa. Ho ammirato le risaie terrazzate di Banaue a 1.500 metri di altezza, frutto del duro lavoro dell’uomo. Ho temuto per l’eruzione del vulcano Taal, che ha portato alla chiusura dell’aeroporto di Manila subito dopo il nostro arrivo. E la sera, nella capitale semideserta, pioveva cenere sulle nostre teste e si pattinava sull’asfalto delle strade.

Ci siamo inoltrati nel più lungo fiume sotterraneo al mondo, a Sabang, in un silenzio irreale, interrotto solo dallo sciabordìo dei remi e dallo squittìo dei pipistrelli, nascosti nei numerosi ed oscuri anfratti. Ed io ho provato l’esperienza archetipica del viaggio sotterraneo, del viaggio nelle viscere della terra dove si affrontano forme mostruose (perlopiù le nostre paure e la nostra ombra) quando infine si ritorna alla luce accecante e sommamente confortante. Abbiamo solcato il fiume della fitta foresta di mangrovie di Cacaoyan dove si è avvistato un serpente dormire acciambellato sul ramo di un albero, un varano muoversi lento saettando la sua lingua sottile, famiglie di macachi saltellare da un tronco all’altro e gli uccelli, in alto, levare versi ora acuti ora più armoniosi mentre il riflesso tremolante delle fronde sull’acqua mi ha ricordato i sublimi quadri delle ninfee di Monet.

Abbiamo attraversato la giungla per arrivare alle cascate di Palawan dove i locali pongono pietre su cumuli votivi che sono d’auspicio per un sicuro ritorno. Ma soprattutto ho goduto il magnifico mare dell’arcipelago Bacuit partendo da El Nido e quello altrettanto bello di Port Barton. Con un bilanciere che ci ha portato di isola in isola, di spiaggia in spiaggia, mirando le scure rocce calcaree a picco sul mare, sovrastate dal verde brillante delle palme e di altre vegetazioni, in contrasto con i colori verde mare, turchese, viola e blu cobalto del mare, alla ricerca della “Spiaggia segreta”, della “Piccola laguna” o della “Grande laguna”, concedendoci meravigliosi snorkelling grazie ai quali vedere coralli vivi e anemoni sgargianti, pesci di ogni tipo (nemo, pesce-palla, pesce-trombetta ecc.), stelle marine blu, azzurre o rosa, una grande tartaruga marrone striata di giallo e poi, sì, anche le fastidiosissime, minuscole meduse di queste parti.

Godendo di tutto, degli spruzzi in faccia delle onde durante gli spostamenti in barca, delle spiagge assolate, di magnifiche nuotate tra le onde alte dell’oceano, del riposo su un’amaca e, perché no?, anche di una birra da gustare lentamente mentre si assiste al sempre fascinoso tramonto del sole sulla spiaggia di Las Cabañas.




Scatto in controluce fa il mare argenteo (Bacuit Archipelago – Filippine, gennaio 2020)

Risaie terrazzate (Banaue – Filippine, gennaio 2020)

Bare appese (Echo Valley – Filippine, gennaio 2020)

Mangrovie (Cacaoyan forest – Filippine, gennaio 2020)

Uscita dal fiume sotterraneo del National Park of Puerto Princesa (Sabang – Filippine, gennaio 2020)

Spiaggia con roccia calcarea (Bacuit Archipelago – Filippine, gennaio 2020)

Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati

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