• Maria Antonietta Nardone

Scene di caccia in Corea del Sud


(Foto della locandina presa dal web)

MEMORIE DI UN ASSASSINO (Memories of Murder) – (2003)

di Bong Joon-ho

con Song Kan-ho, Kim Sang-kyung, Jeon Mi-seon, Seo Yung-hwa, Kim Roe-ha


Finalmente esce nelle sale italiane Memorie di un assassino (Memories of Murder) che rivelò il talento inequivocabile di Bong Joon-ho già nel 2003, quando aveva 33 anni ed era al suo secondo lungometraggio.

Il film si ispira ad un fatto di cronaca: una decina di giovani donne uccise e stuprate per mano di un assassino seriale che operò dal 1986 al 1991 nella piccola città di Hwaseong nella remota provincia di Gyeonggi Nambu, in Corea del Sud.

In questa apparentemente quieta e sonnolenta cittadina viene scoperto, in un canale di scolo dei campi circostanti, il cadavere di una giovane donna. Poco dopo, si rinviene un altro cadavere femminile. La polizia indaga con i suoi detective, l’istintivo Park Doo-man e il violento Cho Yong-gu, che rispondono agli ordini del sergente Shin Dong-chul. Ma i metodi usati per arrivare a scoprire l’assassino e stupratore sono raffazzonati oppure ricorrenti alla tortura del sospettato di turno. Viene fermato, picchiato ed additato come colpevole un giovane disabile. I media fanno il loro ormai collaudato lavoro di sciacallaggio.

Da Seul arriva a dar manforte alle indagini il detective Seo Tae-yoon, che si basa solo su analisi e documenti per rintracciare il colpevole. Ma le difficoltà nel condurre le indagini non cessano. Anzi, ogni volta che c’è un nuovo indizio che potrebbe portare alla scoperta dell’omicida, esso, in realtà, allontana ancora di più la scoperta del colpevole.

Il film, che si presenta all’inizio come un noir dall’andamento anomalo – e dall’inconsueto finale – è solo un pretesto per raccontare la vita e la società sudcoreana in un momento storico preciso: l’uscita dai vari regimi militari nel 1987 quando con la cosiddetta “Sesta repubblica” il paese si consolida stabilmente in una democrazia liberale. La Corea arcaica, che crede alla magia e ai riti esoterici, si confronta con la Corea modernamente razionale che si fonda sulla lucida disamina del caso e l’attenta osservazione dei dettagli, rispettivamente impersonate dal detective di campagna e dal detective di città. Si confrontano così due Coree che non si stimano e che confliggono continuamente. La polizia è un insieme di goffaggine unita a violenza sopraffattrice (per estorcere fantasmatiche confessioni) e rivalità persistenti. Lo stesso potere politico opta per la repressione di qualche lontana manifestazione di protesta studentesca piuttosto che impegnarsi alla risoluzione di un caso che sta sconvolgendo il paese – non mandando rinforzi. Il sessismo domina l’intera comunità eppure le donne e le ragazze sono più intelligenti, integre ed emotivamente più salde degli uomini che le circondano, sia a casa sia al lavoro. Uomini, i cui soli svaghi in questa provincia sperduta consistono nel cantare ubriachi al bar-karaoke o addormentarsi ciucchi sui divanetti del suddetto locale. O insospettabili mariti e padri di famiglia che, annoiandosi a morte in quest’agro coreano, si danno a macabre perversioni. C’è infine anche il mito degli Stati Uniti d’America per quelle ricerche scientifiche che il proprio paese non è ancora in grado di fare (come risalire al DNA di un individuo dall’esame delle sue tracce biologiche).

Come si nota, la critica sociale e politica di questo film è più feroce e circostanziata rispetto alla critica che si trova in Parasite. Quanto più si scava nel particolare tanto più si raggiunge l’universalità del racconto. Quando l’universalità è ossessivamente cercata e programmata, di solito, sfugge, anche se la confezione della storia risulta impeccabile.

Le indagini proseguono senza frutto nonostante i nuovi indizi (tutte le vittime indossavano qualcosa di rosso mentre alla radio, al momento del crimine, veniva trasmessa la stessa canzone); giovani donne, intanto, continuano ad essere uccise e brutalmente vilipese dopo la morte in questa provincia fatta di alti campi coltivati, strade sterrate e polverose, solitari ed oscuri sentieri nel bosco, piogge copiose, modeste abitazioni di legno, cave di pietra, scuole con bagni esterni, fabbriche fumanti e buie sale d’interrogatorio sotterranee.

C’è un nuovo sospettato. Seo, il detective di Seul, lo pedina. In una notte di pioggia, quelle in cui di solito agisce l’assassino, ne perde però le tracce. Ci sarà una nuova vittima. A questo punto, davanti al male ancora infermato ed impunito, anche il freddo ed analitico detective di città perde la testa e cerca di farsi giustizia da solo in un’intensissima scena di caccia all’assassino (presunto). Un comportamento che per irrazionalità ed impotente incapacità a scovare il vero responsabile dei delitti lo accosta al comportamento di Park, il detective di campagna che, all’inizio delle indagini, era convinto che avrebbe scoperto l’assassino solo guardandolo in faccia. Dov’è finita tutta la razionalità dell’eroe bello e tenebroso, di poche parole, con sigaretta pendente dalle labbra, che viene dalla capitale? Ora che anch’egli reagisce con la stessa frustrazione rabbiosa e vendicativa dell’arretrato collega? Finissima intuizione presente nella sceneggiatura firmata dallo stesso regista con Kim Kwang-lim e Shim Sung-bo. Perché, accanto alla critica sociale, accanto alle virate comico-grottesche (esilarante l’assenza di peli pubici sul luogo del delitto che porta a credere come l’assassino possa essere un monaco buddhista che si rade il pube), in questo film vi è anche un respiro esistenziale profondo ed urgente. Un’interrogazione sull’ordinarietà del male, del volto del male, della faccia ordinaria di chi fa del male che è molto efficace proprio per l’asciuttezza con cui è portata ed espressa (e la scena finale è una chiusura da brividi).

La fotografia di Kim Hyung-ku ha toni grigi per gli esterni (campi, cave, boschi) e ancora più scuri o lividi per quelli interni. Solo la prima e l’ultima scena hanno colori vividi. Gli interpreti sono tutti bravissimi perché credibilissimi. Da Song Kan-ho (Park, il detective di campagna), che è stato il memorabile padre dei Kim in Parasite a Kim Sang-kyung (Seo, il detective di città), da Jeon Mi-seon (la moglie di Park) a Seo Yung-hwa (la donna sulla collina), da Park No-shik (il disabile) a Song Jae-ho (il sergente di polizia) e tutti gli altri. La regia di Bong Yoon-ho è portentosa (basta guardare la composizione dell’inquadratura soprattutto negli interni per non parlare poi dei labirintici inseguimenti nella notte). Film più duro e fresco di Parasite – anche se meno perfetto. E che resta dentro di più per la cupa inquietudine da cui è attraversato.

Mi piace infine riportare alcuni elementi che ricorrono in entrambi i film, Memorie di un assassino e Parasite. Oltre all’humor e alle sterzate grottesche che si affiancano ai momenti più drammatici senza soluzione di continuità, c’è la pioggia notturna: quella torrenziale pioggia notturna che inzuppa tutto quello che incontra sotto i cieli dell’Asia e che scroscia impetuosa sia nell’attraversamento oscuro di un bosco o nell’affannosa corsa lungo scivolose scalinate. C’è la figura femminile, acerba, giovane o matura, che risulta sempre più sveglia e saggia delle figure maschili. C’è il tema della caduta. La caduta dalla scarpata o la caduta dalle scale in entrambe le pellicole, ma anche la caduta della ragione (il poliziotto di città che sbrocca e cerca di farsi giustizia da solo).

Le scoperte nel sotterraneo, che può essere anche un canale di scolo dei campi e la sala degli interrogatori o il bunker segreto di una villa raffinata – e dove si scopre l’esistenza di vivi e/o di morti. C’è la pesca (il frutto) usata per vilipendere un cadavere di donna oppure per incastrare una governante e farla licenziare. C’è la canzone che inonda lo schermo durante scene topiche. C’è la puzza della povertà: le scarpe consunte e sporche del disabile nell’uno o la puzza di straccio bagnato, metropolitana e ravanello nell’altro. C’è lo sguardo da dietro un muro e c’è il guardare da finestre e pertugi. Le finestre che sono aperture da cui si guarda il mondo o il microcosmo di mondo che si ha davanti ai propri occhi. La molteplicità degli sguardi suggerisce la molteplicità delle prospettive. Non c’è una realtà univoca, bensì ogni individuo ha la sua propria angolatura e quindi percezione e visione della realtà. E in quella costruisce la propria esistenza. Così come c’è la visione di Bong Yoon-ho, regista dotato di un grande talento, che grazie al suo sguardo acuto e comprensivo costruisce film visivamente potenti, avvincenti come pochi e capaci di smuovere riflessioni approfondite sui nodi irrisolti della nostra contemporaneità.




Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati


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