• Maria Antonietta Nardone

Fantasmi e Parche


(Foto della locandina presa dal web)


GLI AMICI DEGLI AMICI

testo di Franca De Angelis

regia di Christian Angeli

con Patrizia Bernardini, Anna Cianca, Francesco Polizzi

Teatro Stanze Segrete – Roma


In un caldo pomeriggio di metà maggio, per raggiungere il teatro Stanze Segrete, a Trastevere, attraverso ponte Mazzini guardando il lento e verdognolo (un tempo biondo) Tevere in un tripudio di sole e pollini. Mi siedo sulla sedia; dopo un po’… buio in sala. E, quando si accendono le luci, sono catapultata a Londra nel 1895, «cinque anni al passaggio del secolo». È l’ultimo dell’anno, quando, tra musiche, brindisi e canti, Olivia Kinderman e Bernard March si incontrano. Ha così inizio una storia che ci condurrà in percorsi in cui il confine tra passato, presente e futuro si fa incerto così come il confine tra i morti e i vivi (ma i greci antichi direbbero i mortali) sembra incerto per non parlare dell’incidenza che le figure dell’immaginazione, siano esse reali o fantasmatiche, hanno nelle nostre esistenze.

Olivia incontra Bernard, un finanziere turbato dalla tempistica della morte della madre. Nota una miriade di affinità tra Bernard ed April, la sua migliore amica; farà così di tutto per farli incontrare.

Tredici anni dopo, nel 1908, vediamo Olivia in un setting psicoanalitico dialogare col dottor Meyer, e raccontargli le vicende della sua esistenza.

Ma… rieccoci nel 1895, Olivia è ancora alle prese con la volontà di far incontrare Bernard, diventato nel frattempo suo fidanzato e promesso sposo, con April, la misteriosa amica mal maritata, separata e sfuggente quant’altri mai.

Ed è un continuo andirivieni di piani temporali che fluiscono con grande naturalezza fino a condurci al gran finale senza alcuna pesantezza.

Se volete farvi un regalo, concedetevi questo spettacolo così raffinato ed elegante in tutte le sue componenti: la scrittura, la recitazione, la regia, la scenografia, i costumi, le musiche, le luci. Un privilegio raro. A cui aggiungo lo stimolo di una riflessione credo tutt’altro che banale. Perché? Perché mi ha portato a pensare che quelle che un tempo, nel mondo della Grecia classica, erano le Moire (le Parche), che tessevano il destino di ogni mortale, nel mondo moderno, non ignaro delle scoperte della psicoanalisi di Freud e della psicologia analitica di Jung, esse, le Parche, sono le figure dell’immaginazione; sì, le figure dell’immaginazione, siano esse reali, vive o passate a miglior vita, oppure siano esse parzialmente o totalmente fantasmatiche, sono quelle che determinano la nostra esistenza, che ne tessono la trama, il destino, a cui nessun mortale può sottrarsi. Ad un destino, benevolo o avverso che sia, non ci si può sottrarre, no. Ma è nella tua reazione, nel come ti poni o lo affronti, che si dà il tuo valore – sempre per un greco antico. Mentre, nel mondo moderno, nel come ti poni davanti ad esso, si dà e si “gioca” la tua libertà.

Ma tutto ciò è rappresentato con grande naturalezza e si seguono le parole ora di Olivia, ora di Bernard ora di April ora del dottor Meyer. Si incontreranno mai Bernard ed April? E chi è una figura reale o irreale? E poi perché si dà tanto peso e tanta rilevanza alla “realtà” di quelle figure che per noi veramente contano e condizionano le nostre vite?

Siamo tra il 1895 e il 1908. In questo periodo c’è stata una rivoluzione epocale che ha ribaltato tutte le visioni del mondo allora esistenti. Nel 1899 viene pubblicata L’interpretazione dei sogni di Freud. Nel 1899 Bergson nel suo Saggio sui dati immediati della coscienza sostiene come l’io più profondo, «il nostro io che dura», abiti contemporaneamente passato, presente e futuro, influenzando quel genio inarrivabile di Proust che ci regalerà quel monumentale Alla ricerca del tempo perduto, romanzo senza la cui lettura non si può comprendere il Novecento. Nel 1905 Einstein pubblica il primo dei suoi due fondamentali studi sulla relatività. Per non parlare dei pittori cubisti come Braque, Picasso, Delauney, così definiti dal critico Vauxcelles nel 1907 o, più avanti, dell’ideazione della musica dodecafonica ad opera di Schönberg nel 1923. Insomma, un momento in cui cambiano le coordinate artistiche, scientifiche ed antropologiche con cui si guarda il mondo, il nostro mondo. E in cui l’oggettività e la realtà, così come erano state concepite fino ad allora, vengono a cadere.

Ebbene, questo spettacolo ha la capacità di farti toccare tutto questo. E va oltre. Coglie la fragilità della stessa psicoanalisi davanti alla forza inimbrigliabile dell’immaginazione che non si fa rinchiudere in una scienza; certo, non in una scienza esatta per come l’intendiamo. E tutto questo lo fa raccontando, o meglio, lasciando che i vari personaggi si raccontino e raccontino la loro storia. In fondo, la psicoanalisi, la parola che cura, è una delle tante mantiche che l’uomo ha trovato per esplorare quello che è arduamente esplorabile: l’anima. Non si può definire per certo (nel senso di chiarito una volta per tutte) ciò che per sua essenza, ossia la psiche, non è certa né chiarita una volta per tutte.

Tante sono le scene che ho trovato bellissime, in questo rondò danzante di corpi, voci e personaggi: quando Olivia canta davanti ad April che simula con la bocca il canto – del resto è un fantasma! Oppure il canto ed il ballo di April mentre Olivia sembra lisciare il suo amato, o la tragica premonizione del dottor Meyer, per finire con la confessione finale di Olivia.

Mi è piaciuto tanto di questo spettacolo a cominciare dalla recitazione calibrata e raffinata di tutti e tre gli interpreti: Francesco Polizzi, che interpreta sia Bernard sia il dottor Meyer, lo psicoanalista austriaco trasferitosi a Londra, che ha donato ad entrambi i suoi personaggi, pur diversissimi, un turbamento sincero che è arrivato pienamente agli spettatori; Patrizia Bernardini “appare” (è proprio il caso di dirlo) nelle vesti di più personaggi, tra cui il suo principale, April, conservandone il mistero ora inquietante ora accattivante, con movimenti, posture e toni di grande eleganza; Anna Cianca che incarna la tormentata eppur volitiva Olivia, una donna capace di mettere in crisi il suo stesso analista, e che è protagonista di una confessione finale da brividi in cui elementi sostanziali di Giro di vite di Henry James erompono in tutto il suo durissimo dramma.

Mi è piaciuto il testo di Franca De Angelis che, attingendo dal racconto Gli amici degli amici di Henry James, si libra oltre su un sentiero tutto personale dove i personaggi sono capaci di incarnare non solo se stessi, come personaggi, appunto, ma perfino di dare letteralmente corpo ai temi più scottanti dell’epoca a cui appartengono – una sorta di marchio di fabbrica dell’autrice.

Mi è piaciuta la regia di Christian Angeli, asciutta, condensata, capace di “usare” spazio, specchi ed attori con precisione chirurgica e con grande efficacia drammaturgica.

Mi è piaciuta la scenografia di Claudio Lopez funzionale ed affascinante allo stesso tempo. E vi assicuro che, visto lo spazio esiguo ed eminentemente frontale, non era affatto facile ottenere un simile, ingegnoso risultato.

Mi sono piaciuti i costumi di Cristina Picuti, evocativi e sofisticati, capaci di portare lo spettatore al tempo rappresentato.

Mi sono piaciute le luci di Massimiliano Maggi che ritagliano le figure dei protagonisti ed esaltano la fuga di prospettive portate dai numerosi specchi in sala.

E mi è piaciuta la musica di Federica Clemente perché porta in altri mondi. Mi è piaciuta anche la scelta della ballata medievale Cruel Sister, che trasporta all’istante in quella spiaggia del Mare del Nord, fatta di brume, venti, cavalieri ed arpe che suonano da sole e che Cianca e Polizzi cantano, separatamente, con grazia indiscussa.

In un paese serio, che desse spazio al talento ed agli indubbi stimoli intellettuali che da esso scaturiscono, questo spettacolo non avrebbe difficoltà a trovare gli spazi per essere visto come merita in tante città e in tanti teatri. Già, in un paese serio. Ma, il nostro, è un paese serio?





Maria Antonietta Nardone © Tutti i diritti riservati