• Maria Antonietta Nardone

Ora vai, goccia bellissima









Non ci sono parole che possano contenere la gratitudine che io, da figlia, ho per te, mamma. E queste parole, che pure ho cercato con cura, non sono che un povero balbettìo.

Eri bellissima, mamma.

«La bella delle Blaco», dicevano di te. Ossia la bella delle cinque sorelle Blaco.

È difficile vedere la propria madre ragazza o giovanissima. Eppure io ti vedo venire a Roma per trovare lavoro dalla tua Campi Salentina imbevuta di luce con le tue sorelle, Giuseppina e Maria, le nostre zia Pina e zia Maria.

E col vostro lavoro vi siete costruite la vostra vita – come dicevi tu quando venisti a Roma non avevi nemmeno un pentolino per cucinare.

E poi l’incontro con papà. Nella famiglia che avete formato, nella nostra famiglia piena di voci e di allegria, abbiamo appreso l’onestà, l’etica del lavoro, l’amore per lo studio (per i libri, il teatro, il cinema), l’assunzione di responsabilità, un senso altissimo dell’amicizia, intesa come condivisione e partecipazione; insomma la famiglia come luogo privilegiato in cui volersi bene ed aiutarsi, sempre però sotto l’egida dell’onestà e della limpidezza d’animo – lontani anni luce quindi da qualsiasi familismo amorale.

Mi hai trasmesso, con il tuo solo esempio, l’importanza di avere sempre uno spiccato senso della giustizia. Così spiccato e praticato che, grazie anche al tuo temperamento battagliero, non ti tiravi mai indietro nel difendere il più debole o il più fragile anche se questo significava pagare salato questa tua predisposizione, soprattutto nei vari lavori che hai fatto.

Questo tuo temperamento battagliero era temperato dalla dolcezza e dall’atteggiamento pacifico, mai conflittuale di papà. E, comunque, in casa, comandavi tu, lo sanno tutti. Comandavi nel senso che dirigevi, organizzavi, progettavi tu, con papà ben contento di non assumere un ruolo che non gli si confaceva.

Questa tua autorevolezza e volitività mi hanno trasmesso come una donna possa essere autorevole ed indipendente come e quanto un uomo. Anzi, per me era più naturale che a “comandare” fosse una donna piuttosto che un uomo. Insomma, ho avuto l’imprinting di un femminismo naturale, spontaneo, autentico.

Ho conosciuto la tua fede genuina, fresca, mai intaccata dal cinismo del passare degli anni. Quel senso del sacro che per te era rappresentato anche dalla terra, da chi la lavora con dedizione, dai prodotti che essa offre, dall’immutabile ciclo delle stagioni.

Hai accolto con paziente intelligenza tutte le mie disobbedienze di bambina e tutte le mie ribellioni di adolescente proprio perché potessi crescere e staccarmi da te per percorrere senza paura le strade del mondo.

Nelle scelte più importanti e decisive, mi dicevi sempre:«Mi raccomando, Maria Antonietta: comportati bene». E questo non era un vuoto incitamento formale, tutto di facciata. Quel “comportati bene” era riferito a tutto il sistema di responsabilità e di valori con cui tu e papà ci avete cresciuto.

Tante le immagini e i ricordi che si alternano nella mia mente: quando ci accompagnavi al nuoto; quando ci portavi il cibo cucinato per pranzo al mare, a Ostia, al mitico casotto n. 7 dell’Elmi; quando ci cucivi con le tue mani le maschere di Carnevale ( Zorro, cow boys, spadaccini, principi con turbante o principesse con la corona). Vestiti cuciti da te, quindi originalissimi, non industriali – e tanto ammirati.

E poi la tua impavidità. Quella volta che due ragazzini in vespa ti scipparono la borsa e tu che corresti loro dietro con papà, fermo, che ti diceva:«Ma dove vai, Nicoletta? È pericoloso! Fermati!». Tu continuasti ad inseguirli finché i due accelerarono e sparirono.

E poi l’amore. L’amore di una madre. Un tuo sguardo, un tuo sorriso, una tua carezza mi rimettevano al mondo e non solo quando ero bambina.

Io sono anche quello che il tuo amore, la tua forza, la tua intelligenza e il tuo coraggio hanno fatto di me. Come scrisse Pasolini in una poesia dedicata alla sua, di madre:«Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore».

Sei e sarai sempre con noi tre: Edi, Enrico e Maria Antonietta. E con la nostra Giorgia, la mia nipote amatissima; starle accanto ed accudirla si sta rivelando per me un cammino spirituale dei più puri e trasparenti.

Quando ero molto piccola se di notte mi svegliavo per andare in bagno chiamavo dalla mia camera mia madre, che dormiva nella sua:«Mammaaaa, accendi la luce!». Lei accendeva la luce dell’abat-jour del suo comodino. Mi bastava vedere il chiarore sul muro o l’alone di quella luce per alzarmi ed andare in bagno senza paura. Una volta ritornata nel mio letto, le urlavo: «Puoi spegnere la luce, mamma».

Sì, hai spento la luce, mamma, ma la tua Luce risplenderà sempre per noi.


*


Concludo con una bellissima metafora, che si trova in tante tradizioni e culture diverse: la metafora della goccia, che io conosco perché è stata riportata da un grande pensatore e un grande teologo, Raimon Panikkar.

‒ Che cosa siamo noi? Siamo delle gocce d’acqua che per un certo tempo vivono come gocce finché, ad un certo punto, splash, cadono nel mare, svaniscono nell’oceano. Alcuni, angosciati, chiedono:«Ma allora dov’è la mia immortalità?». E Panikkar risponde:«Tu che cosa sei? Sei la goccia d’acqua o l’acqua della goccia. La goccia sparisce, evidentemente. Ma all’acqua della goccia non succede niente. Anzi! Tutto quello che prima provocava attrito o conflitto per entrare in comunione o in comunicazione con l’altro, non esiste più. Non c’è più tensione. E questo tempo, il tempo della vita, ci è dato per scoprirci acqua». Ossia quella sostanza che non nasce né muore perché eterna.

Ora vai, goccia bellissima, vai ad unirti ad un mare ancora più bello e, soprattutto, senza tempo.

Fa’ buon viaggio, mamma, e stai tranquilla: noi ci comporteremo sempre bene.



[Orazione funebre per mia madre, letta ai suoi funerali il 28 febbraio alla chiesa di Santa Marcella a Roma]



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